Aaron si chinò sul water e sputò fuori tutto, arrivò quasi a vomitare anche la sua stessa anima.
Seduto a terra, in quel piccolo bagno, aveva ormai perso il conto dei minuti; le mani serrate attorno alla ceramica dell'oggetto di fronte a lui.
Le piastrelle di un verde spento erano fredde, lo sporco incrostava gli angoli e la muffa aveva ricoperto gran parte del soffitto sbiadito e cadente. Uno scarafaggio gli passò accanto muovendo le antenne sottili, tuttavia non se ne curò.
Si pulì la bocca con la manica della maglia troppo grande per la sua corporatura minuta e l'odore dell'ammorbidente impresso nella stoffa gli fece salire un altro conato.
Si sbrigò a prendere una boccata d'aria e annaspò per rialzarsi, senza successo.
Si sentiva debole.
Chiuse le palpebre. Gli angoli della bocca si piegarono verso il basso in un'espressione triste, una smorfia inevitabile.
«Non starai di nuovo piangendo?»
La voce autoritaria dal timbro roco proruppe alle sue spalle e lo fece sussultare.
Il cuore gli saltò in gola, il fiato accelerò.
Eccola di nuovo lì, la pressante voglia di vomitare, la sensazione di disagio e malessere provata ogni qualvolta si trovava in quella casa.
La persona dietro di lui gli posò un piede sulla schiena, spintonandolo.
«Parlo con te, puttanella» lo apostrofò sghignazzando.
Aaron volse piano il capo e si soffermò sulla figura slanciata del suo carceriere nella sua forma smagliante: la maglia nera stretta a contenere i muscoli sporgenti; i boxer chiari da cui spuntavano gambe forti e allenate; il ghigno severo e sprezzante; le iridi scure con un fondo visibile di malignità.
Aaron si accigliò e strinse forte la ceramica tra le dita fino a farle diventare bianche.
Steven Smith.
Solo pensare a quel nome bastava a farlo rabbrividire, figurarsi pronunciarlo ad alta voce.
Il ragazzo si chinò accanto a lui e poggiò il mento sul palmo della mano abbronzata.
Aaron riuscì a scorgere nel suo sguardo il riflesso del proprio volto: stanco, smagrito, le occhiaie minacciavano di divorare la pelle attorno agli occhi, le labbra una linea secca e frastagliata solcata da minuscoli spacchi, i corti capelli scomposti e scarmigliati.
Gli venne da piangere.
Dov'era finito il giovane che fino a pochi mesi prima chiacchierava con gli amici della sua città? Quello che, seppur nella propria infinita insicurezza, aveva trovato un posto al loro fianco?
Era bastato un errore, un singolo sbaglio per ribaltare le sorti della sua intera vita.
Steven tese una mano e gli carezzò un labbro con la punta del un dito, il tocco risultò dolce e gentile.
A volte sembrava provare qualcosa di molto simile a dei sentimenti, ma poi, quando apriva bocca, ogni traccia di compassione svaniva.
«Se volessi chiederti di succhiarmelo, di certo non potresti farlo con questo schifo nella gola» disse e rise forte.
Aaron strinse i denti e diede un colpo alle sue dita scansandole dal proprio viso; non avrebbe sopportato quella pressione un secondo di più.
Steven inclinò il volto e lo derise. «Mi piace quando ti ribelli, mi fai eccitare.»
Afferrò di colpo i capelli corvini del ragazzo e li strinse in una morsa, facendolo gemere di dolore.
Con un colpo di reni lo stese a terra, la faccia premuta contro il freddo pavimento.
Il respiro di Aaron si fece più veloce e pesante, l'angoscia si impossessò di lui.
Mentre il fiato di Steven gli solleticava l'orecchio, percepì la sua stazza sopra di sé come un ostacolo insormontabile.
Non se ne sarebbe mai liberato.
Mai.
«Ricorda il nostro accordo, piccolo Ron» disse Steven mentre le mani iniziavano a trafficare con la maglia del ragazzo di sotto, sollevandola quel tanto da lasciare una buona parte della schiena scoperta. Vi passò sopra la punta dei polpastrelli e il corpo rispose con un fremito: piacere misto a paura.
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Schiavo del Mio amore Malato
General FictionQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
