-Le chiavi della mia disperazione.-

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«Come sta il polso?» Steven gli afferrò il braccio senza attendere una risposta. Lo scrutò con i suoi occhi scuri e sfiorò le bende strette con la punta delle dita.
Infine, si sciolse in un sorriso gentile, tornando a fissare Aaron.

«Non male» commentò fiero vedendo l'altro annuire e arrossire impercettibilmente.
Da quando lo aveva portato dal medico, Steven si comportava come se fossero grandi amici.
Non che ad Aaron facesse dispiacere, in realtà se ne sentiva onorato, eppure continuava a provare un senso di agitazione in sua presenza.
Forse, dipendeva tutto da quello sguardo penetrante e il profumo inebriante. Una miscela complicata e piacevole.

La pressione cedette e Steven portò la sigaretta alle labbra carnose, aspirando una bella boccata.
Aaron mosse lo sguardo oltre la ringhiera, fissando il paesaggio grigio.

«Una vera merda eh?» commentò Steven incrociando i piedi uno sull'altro, accennando un gesto con il mento verso il fuori.

Il moro corrugò la fronte incerto e il compagno rise ironico.

«Andiamo Ron. Il tuo posto sarà pieno di case alte, alberi e chissà quali altre meraviglie» proseguì e sollevò il braccio in lontananza verso la distesa di verde stagliata all'orizzonte, nonché il luogo natio dell'altro. Una linea sottile alla quale tutte le persone delle altre sezioni aspiravano, ma che nessuno poteva raggiungere.

In effetti, era proprio come detto da Steven, e Aaron non trovò argomenti validi per ribattere o smentire.
La città media faceva schifo, peggio ancora quella bassa.
Si strinse semplicemente nelle spalle; bastò l'involontaria faccia disgustata per esprimere i suoi pensieri.
Sventolò la mano e scacciò via l'odore del fumo.
Steven posò la schiena contro la parete mostrando un ghigno curioso.

«Andiamo, raccontami un po' come si vive laggiù» domandò, tirando le gambe del moro sopra le sue, carezzandogli la stoffa della coscia con movimenti precisi e sensuali.

Aaron deglutì, giocherellando con una foglia rossastra caduta sul pavimento. «Be'...» disse incerto, non sapendo bene da quale parte iniziare.
Avrebbe potuto parlare delle foreste sconfinate; dei campi per allenarsi e tenersi in forma o delle attrazioni spettacolari; delle vetrine e dei palazzi variopinti.

«Non dire quello che c'è materialmente, non mi interessano i vostri stupidi svaghi a rincorrere una palla; dimmi quello che pensi tu» lo riprese Steven fissandolo con attenzione.

Uno sguardo carico di significato.
Il moro si umettò le labbra e deglutì.

«In realtà c'è troppo da fare, una corsa infinita a essere più perfetti degli altri. Insomma, se un vicino coltiva un campo di fiori magnifico, il proprio deve assolutamente sembrare ancora più rigoglioso, ma senza vantarsene apertamente; sarebbe scortese. Bastano i gesti, o anche un semplice: hai visto? Il sole illumina il mio prato in un modo sublime» disse imitando una voce diversa con la bocca in una smorfia bassa.

«Sublime... Chi cazzo usa questa parola?» chiese Steven ridendo, vedendo Aaron aprire di più gli occhi e muovere le mani. «La odio. La odio nel profondo», disse sbuffando, «non ha utilità. Ci sono modi di dire più significativi di questo» aggiunse, reprimendo la rabbia provata per la propria gente.

Non poteva esprimerla apertamente, ma il rancore soprattutto per la famiglia era lì, pronto a scoppiare come una bomba.
Era stupido a lamentarsi della propria situazione? No, certamente no. Solo perché viveva tra persone ricche non voleva dire dovesse accontentarsi.
La pressione della perfezione imposta pesava su di lui.
Certo, non disegnava un'opera ben fatta, ma il volere ottenere troppo guastava tutto.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora