Capitolo -2-

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Aaron morse le proprie labbra e strinse la stoffa delle lenzuola, le mani di Steven chiuse attorno ai suoi polsi.
Si concentrò su altro, ignorò il sudore lungo il corpo e ansimò, la bocca dell'altro attorno alla sua a zittire i gemiti contrariati.

«Non fingere che non ti piaccia» mormorò il maggiore a qualche centimetro dal suo orecchio.

Aaron mosse il volto, negandogli un nuovo bacio.
Steven gli sbatté i polsi contro la spalliera, sbucciandogli le nocche sul legno graffiato.

«Voglio sentire la tua voce, Ron» chiese con il tono arricchito e colmo di desiderio.

«Vuoi sentirmi gridare?» domandò lui con una smorfia, immergendo gli occhi in quei pozzi nocciola.

Steven ghignò, leccandogli il collo, fino ad arrivare alle labbra.

«Se avessi voluto sentirti gridare, te ne saresti accorto. Non ti sembro abbastanza dolce? Vuoi che finga di non saper parlare, così da ricordare il tuo tanto amato Aubrey?» disse, ridendo maligno anche se il tono suonò arrabbiato.

Il cuore del moro diede un colpo di dolore, le lacrime gli pizzicarono i bordi degli occhi.
Anche se avesse voluto, non sarebbe mai sembrato Aubrey.
Neppure se fosse riuscito a imitarlo alla perfezione.

Lui era unico.

Steven sorrise ancora, scoccandogli un bacio delicato sul naso.
Afferrò una delle cosce del compagno e posò la caviglia sulla propria spalla, lasciando una scia di baci dolci sulla pelle.

«Smettila. Smettila» sussurrò Aaron disperato singhiozzando senza voce.

Odiava quel modo di fare.
Aveva amato la sua gentilezza, l'aveva amata con tutto se stesso, ma adesso aveva capito quanto fosse falsa e vuota.
Era una recita, un attore ben costruito e fasullo.
E lui, da bravo ingenuo, ci era caduto in pieno.

Si era lasciato aggirare.

Fece una smorfia.
Chi voleva prendere in giro? La colpa era stata solo la sua, non di Steven.
Certo, aveva contribuito ad allestire la trappola, però non aveva fatto scattare il meccanismo.

Ingoiò, sentendo il peso sul proprio corpo e la spinta del bacino.
Era sbagliato e, se solo avesse dato retta al suo lato cosciente, non si sarebbe trovato lì con quelle manette invisibili ai polsi.
Steven non la vedeva allo stesso modo: scegliere sembrava così semplice, così vicino alla sue possibilità.
Aaron scosse mentalmente la testa.
Se solo il compagno avesse avuto dei genitori come Amanda e Jonathan, non avrebbe di certo parlato così.

La voglia di piangere lo assalì di nuovo. Doveva resistere due mesi.
Due mesi di dolore, tristezza e terrore.
Se avesse trovato lo stupido coraggio di rivelare a suo padre il fatto di amare gli uomini, non avrebbe avuto un posto dove tornare; non una casa, non una famiglia, non la libertà.
Perché di questo si stava parlando: fuggire da quella situazione e avere salva la vita.

Il solo pensiero di restare in quel posto gli diede una fitta allo stomaco e si morse le labbra, aggiungendo solo altro dolore alla sua situazione.
Baci delicati, movimenti dolci e gentili.
Era stanco di questo Steven, stanco di dargli corda.

«Concludi i tuoi comodi e facciamola finita con questa scenetta» sibilò stringendo gli occhi.

Voleva smettere. Voleva che gli permettesse di disperarsi in solitudine, andavano bene anche gli insulti com'era solito fare.
Tutto, pur di liberarsi di quel momento nauseante.

«Ahi, fa male la tua schiettezza, Ron. Da quando sei così coraggioso?» ringhiò Steven, menandogli uno schiaffo in pieno viso.

Aaron ansimò, percepì il sapore del sangue sulla lingua.
Per un attimo, solo per un frangente, la rabbia gli montò nel petto.
Si sentì proprio come cinque mesi prima quando ancora abitava nella sua città: il ragazzo che sapeva rispondere in modo tagliente, quello che non risparmiava nessuno, con la sua schiettezza.
Ma era mai stato così? Quasi non lo rammentava.
Forse aveva solo creduto di esserlo, però in un istante quella convinzione lo rese audace.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora