-Un filo spesso.-

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Per la prima volta, da tanto tempo, non riusciva proprio a fermare il tic nervoso della gamba.
Più si imponeva di calmarsi, e più il piede tornava all'attacco trasformando il suo silenzio in una danza ritmica, il tallone picchiava il fondo con forza.
«Dannazione» borbottò tra sé e sé. Portò il pollice e l'indice alle tempie e chiuse per un breve istante le palpebre, mascherando i suoi sentimenti al mondo esterno.

Cosa avrebbe detto, una volta arrivato alla meta?

Il tempo sembrava infinito e il viaggio pareva allungarsi dopo ogni minuto.
Fu quasi tentato di alzarsi in piedi e andare a inveire contro il conducente, intimandogli di fare presto, eppure il suo stesso corpo lo tenne incollato al sedile.
Dentro al petto un concentrato di rabbia continuava a vorticare, a risalire e a dargli scatti di adrenalina.

Perché Corey gli aveva nascosto una notizia simile? E se, in quelle settimane di assenza, lo avessero già spedito in mezzo ai contadini?
Poteva essere finito ovunque, scomparso senza neppure un fiato.

Giocherellò con il bracciale di corda legato al polso. Era sfilacciato e rimaneva solo un colore dei tre precedenti, un debole verde chiaro sporco.
Un ricordo appartenuto a Corey: lo aveva trovato dietro a un mobile, un oggetto abbandonato lì chissà da quanto.
Fece una smorfia insofferente.

Pensare lo portava a diventare patetico, ecco la verità.

Sollevò gli occhi oltre il finestrino e si concentrò sulle vie scolorite, su quel concentrato di case a formare una muraglia inflessibile, severa, quasi ringhiante.
Non aveva idea di dove scendere, solo una tiepida informazione intravista su una carta indirizzata a Corey. Il compagno, però, l'aveva sottratta velocemente lanciandogli un paio di parolacce colorite, intimandolo a non ficcare il naso nelle sue cose.

Sorrise, il piede adesso fermo, la gamba rilassata.
Si era infilato in un'avventura per andare a riprendersi quello stupido ragazzino.
Una sfida, e lui amava mettersi in gioco.
Di certo Corey lo avrebbe guardato male, insultato, forse picchiato, eppure non chiedeva altro: di vivere i momenti consueti con il suo coinquilino, la loro ambigua armonia e unione.

Sarebbe stato disposto a compiere migliaia di chilometri per cercarlo e girare la città fino a vedere la notte scendere e il freddo penetrargli nelle ossa, se solo fosse bastato a ridargli le facoltà di respirare e tirarlo fuori dalla quella bolla spessa in cui era entrato vedendolo andare via, trascinando via con sé una parte del proprio essere.
Affrontò le strade a caccia di un piccolo segnale, nell'animo una folle lotta infuriava in un tentativo di mostrare la verità delle sue azioni, di dare un senso alla preoccupazione provata nell'istante in cui aveva udito la storia uscire dalle labbra di Aaron.

Non poteva raggiungere quella realtà, non ancora, non lui.
Jacob viveva soltanto per se stesso; non era contemplato un posto pieno alla sua tavola dove il per sempre non aveva il permesso di superare la soglia.
Valeva la pena, però, socchiudere l'uscio e lasciare entrare almeno un briciolo di quel sentimento?
Scosse il capo in un secco diniego.

Era lì solo per accertarsi delle sue condizioni, anzi, per rimproverare Corey di avergli mentito.
Solo quello, e basta.
Si fermò in più di un angolo e parlò con i residenti, descrisse la fisionomia del compagno vedendo il completo buio in fondo ai loro sguardi.
Sembrava che nessuno lo conoscesse, che Corey fosse un fantasma da quelle parti.

«Stai parlando di Davy Allen?» chiese un uomo mentre masticava una lunga stecca scura, i denti del medesimo colore e i baffi più grigi dei palazzi.
Jacob corrugò la fronte e fece una smorfia, pronto già a sbraitare contro quell'ubriacone, quando la moglie intervenne nel discorso.

«Ma sì, è il figlio di Agata. Qual è il suo primo nome? Co... Co... » disse picchiettando l'indice sul mento pronunciato, faceva quasi invidia al naso sporgente.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora