-L'arma della mia condanna.-

395 30 10
                                        


«E così... questa è casa tua» mormorò Steven compiendo un passo in avanti, oltre la soglia.
Aaron gli lanciò un'occhiata, stringendo le mani in agitazione.
Aveva permesso al suo compagno di classe di invadere i propri spazi. Durante il viaggio, Steven si era impuntato, rintronandolo con tante parole, facendo leva sul fatto che fossero amici e gli amici si invitano a vicenda.
Sospirò sfilandosi la felpa, appendendola nell'apposito gancio.

Una sola volta creava un precedente, e Aaron non si sentì più così convinto a voler restare tante ore da solo con lui, soprattutto in seguito agli ultimi sviluppi.
Il maggiore mosse lo sguardo sulla stanza e non tentò neppure di nascondere la sua curiosità di fronte a oggetti mai visti prima.

«Perché attorniate le lampadine con quei cosi ridicoli?» domandò indicando il lampadario di vetro appeso al soffitto.

Aaron corrugò la fronte, stringendosi incerto nelle spalle. «Perché... sono belli e rendono il soffitto più allegro» rispose e cercò di comprendere la visione nella mente dell'altro.
Steven rispose con una smorfia.

«Allegro. In effetti il soffitto ha proprio bisogno di essere sollevato di morale e risplendere di allegria» commentò sarcastico, estraendo una sigaretta dal pacchetto integro.

«No, qui dentro non si fuma. Esci sul balcone» impartì Aaron, indicando le finestre sullo sfondo.

Il compagno lo bloccò con un'occhiata fissa e persistente, tanto che Aaron temette una rispostaccia o peggio.
Si stupì invece nel vederlo annuire e muoversi verso la finestra, aprendo le vetrate.
L'odore di fumo penetrò attraverso lo spiraglio e venne sospinto dal vento all'interno del salotto.
Lo sguardo di Steven vagò oltre gli alberi, la sigaretta leggera tenuta tra le dita.

«Questo lato della città è il più nuovo» commentò indicando con un cenno il parco sottostante. «Molto tempo fa era ridotto a un cumulo di macerie. Mattoni su mattoni sbriciolati» proseguì spostando l'attenzione su Aaron.
«Adesso ho capito per quale ragione l'hanno ristrutturato: doveva fornire appartamenti per quelli come voi» aggiunse con una smorfia.

Quelli come voi.
Il moro si accigliò.
Non aveva mai dato grande sfoggio delle sue ricchezze, soprattutto in presenza dell'amico, eppure la distanza provata in quel momento fu tale da destabilizzarlo.
Ancora una volta si sentì lontano da Steven, così lontano da non essere neppure in grado di toccarlo.

Suo padre non aveva mai specificato la provenienza del piano riservato a suo figlio, e Aaron si era solo preoccupato di lamentarsi del poco spazio a disposizione.
Fissò il soffitto e le pareti.
Quanti ragazzi e ragazze come lui si erano ritrovati intrappolati dentro quelle mura sconosciute?
Quanti di loro erano tornati a casa indenni, e quanti stravolti nell'anima dalla città buia?

Riflettendo su un tale argomento fu semplice per lui formulare la frase successiva.
«Hai mai incontrato altri come me? Ragazzi della città... ricca» chiese con il cuore pesante.

Steven lo fissava in un modo tale da farlo sentire ciò che era: un tipo viziato in una bella casa piena di oggetti inutili.
Lo percepiva dalla posa rigida, dal sorrisetto e le iridi glaciali.
Dopo minuti interminabili, lo vide annuire.

«Sì, ma solo una ragazza. Gli altri, se mai ce ne sono stati, non sono capitati nella nostra attuale classe. Forse neppure nella stessa scuola» rispose sbuffando via una scia di fumo.

Che fine aveva fatto? Questa fu la muta domanda che Aaron tentò di comunicare solo attraverso gli occhi.

«L'hanno portata via dopo appena due mesi in seguito a una rovinosa caduta dalle scale» spiegò lugubre, non ci fu bisogno di chiedere.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora