Capitolo -10-

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Le mani dentro la felpa proprio non volevano saperne di stare ferme, il corpo ciondolante e la schiena posata contro il palo, poi nel vuoto e di nuovo sul palo.
Aubrey sospirò e diede un'occhiata al cielo nuvoloso. Fece male guardarlo, proprio come al solito: gli rammentava il suo fallimento di non essere riuscito a proteggere l'unica persona che avesse mai amato, amato davvero e non solo tanto per dire.

Come mai era stato così sciocco da farsi abbindolare da una farsa ben costruita? Non l'avrebbe mai ammesso apertamente, però il suo orgoglio ferito troppe volte si era messo in mezzo e, stanco di correre, o meglio, rincorrere, aveva lasciato andare la corda della speranza.
Essere rifiutati non faceva bene a nessuno, e lui ne aveva collezionate di sconfitte, però era sempre tornato alla carica più forte di prima.
Non in quel frangente; qualcosa di diverso aveva impedito a se stesso di ripercorrere i propri passi.
Aaron, il suo dolcissimo Aaron, necessitava solo di uno sguardo attento, di un amico a cui tenere la mano per restare a galla invece di uno disposto a girare le spalle sui veri problemi.

Stupido.

Non sarebbe comunque riuscito a fare niente, non dopo le minacce ricevute da quell'essere mostruoso chiamato Steven.
Strinse la mascella e, mentre la rabbia infuriava dentro al suo petto, riportò alla mente la loro ultima chiacchierata di quando se l'era visto sedere davanti, lo sguardo tormentato e afflitto.
Un vero attore drammatico.
Una piaga per il mondo intero.

***

«Non voglio parlarti» esordì Aubrey e incrociò quello sguardo quasi simile al suo, la tonalità resa cupa dalla giornata pareva ricalcare ogni singola sfumatura.
Un sospiro prese il volo dalle labbra di Steven, la sedia un pelo strusciata sul pavimento irregolare e le braccia posate sul banco.

«Noi due non ci siamo mai espressi se non con gli occhi, ed è vero, non mi piaci affatto. E sai perché? Perché ho imparato ad amare Aaron e tu volevi portarlo via da me» disse Steven tutto d'un fiato e non gli diede il tempo di rispondere.

«Aaron ricambia, e ci amiamo così tanto da sentire il petto far male. Hai mai provato qualcosa del genere, tu che hai cambiato amante con la facilità di un respiro?» lo accusò crudele fino a vedere l'altro tendere i muscoli, le pupille un puntino in quel mare di nocciola.

«Con che coraggio mi dici questo?», aveva attaccato il biondo, «ti scopi porci e cani e sei la puttana della scuola e non solo, lo sanno tutti.»

Lo sguardo di Steven si abbassò sulle proprie mani, un velo di colpevolezza emerso sul viso squadrato e perfetto.
«Be', sta di fatto che per lui... anzi, per noi, devi farti da parte. Non portarmelo via, Aubrey, ti prego.» Divenne una supplica accorata.

Il biondo ansimò dall'interno.
Gli doleva il cuore, lo stomaco si attorcigliava in una morsa e le gambe tremavano, e non seppe dire se provasse collera verso se stesso o solo nei confronti dell'altro.
Forse entrambi.
Aveva trascorso notti insonni, giorni a dover nascondere la sua presenza per non incrociare il percorso del suo amato occhi nuvolosi, e adesso quello.
Quando sarebbe finito il suo dolore? Ci sarebbe stato un vento fresco capace di allietare i graffi sulla sua anima?

Deglutì e intrecciò le dita tra loro per tenerle bloccate e non gettarsi a capofitto sul volto di quell'odioso ragazzo davanti a sé. Desiderava soltanto spaccargli la faccia, vederlo sparire sotto i colpi dei suoi pugni e darne ancora finché il suo cuore non fosse arrivato a battere gli ultimi rintocchi.
Si morse le labbra e scosse il capo.
No, poteva essere meglio di così. Il vecchio Aubrey, quello disposto a usare le mani senza ragionare, non c'era più.

«Aaron ama me. La vostra unione è una cazzata.»
Non ci girò attorno e andò dritto al punto. Li aveva visti stare assieme, e quello negli occhi di Aaron non era certo amore.
Affatto.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora