L'aria sembrava immobile, come se la pioggia fosse entrata per invadere quella stanza, rombi minacciosi desiderosi di colpire Aaron e trascinarlo nell'oblio.
Ovviamente, si trattava della propria immaginazione, eppure avrebbe preferito scomparire invece che restare in quella casa.
Le sue iridi grigie e preoccupate si alternavano tra il padre e Aubrey in un moto senza sosta.
Non avevano ancora parlato, nessuno dei due.
Tentò di trovare la forza per aprire bocca.
Doveva mandare via il compagno, salvarlo dalle grinfie crudeli del genitore.
Jonathan Baker non aveva peli sulla lingua: se qualcosa gli faceva storcere il naso perfetto e altezzoso, di certo l'avrebbe tirato fuori nel peggiore dei modi.
«Questo giovanotto chi è?» domandò sistemandosi i lati della giacca bordeaux costosa, lisciando il colletto.
Aubrey piegò la testa di lato e lo scrutò, grattandosi il naso con le dita per poi passarle tra i capelli.
Blandine fece una smorfia di disgusto, allontanandosi quel tanto che bastava a tenere lei e la sorella a debita distanza da quel ragazzo sporco e povero.
«Un compagno di scuola» soffiò fuori Aaron, nascondendo le dita tremolanti nelle tasche della maglia e soffocò un gemito quando il polso avvolto da bende strette incontrò la stoffa.
Forse avrebbe agito meglio se lo avesse fatto controllare.
Spesso alla magione era stato spettatore di fratture dei cavali e, seguendo più o meno quelle pratiche, aveva rimediato in un modo analogo, spalmando strati di pomata e tirando le garze fino a rendere la mano impossibilitata a muoversi.
Sapeva che non sarebbe tornato a posto nel giro di pochi giorni, eppure non conosceva nessun dottore competente e adatto che facesse al caso suo.
A dirla tutta, tremava al solo pensiero di porre le sue sorti tra le mani di qualcuno originario di quel posto.
Aveva visto la città: pullulava di sporcizia, rifiuti e caos.
Avrebbe contratto di certo qualche malattia.
Jonathan annuì lentamente, soppesando ogni parola come fosse oro.
«E tu chi è?» domandò Aubrey incrociando le braccia, poggiando la spalla contro lo stipite della porta.
I suoi occhi scuri immersi dentro le iridi grigie così tanto simili a quelle di Aaron.
Fu il moro a rispondere veloce, osservando il padre sbattere le palpebre alla domanda o, forse, a causa della formulazione errata.
«Lui è mio padre e loro le mie sorelline», disse accostandosi al ragazzo, «forse è il caso di andare» sussurrò pregandolo con lo sguardo.
Resistere in una stanza con tutti quanti?
Un incubo a occhi aperti.
La preghiera non venne recepita dal biondo ma anzi, servì solo ad accendere il suo volto, accentuando le rughe d'espressione attorno alla bocca.
«Tuo padre?» Si mosse in avanti con un ghigno ambiguo.
Aaron trattenne il respiro e rizzò le spalle, temendo un abbraccio non desiderato ai danni del genitore.
No, non doveva usare preghiere con il compagno, ma ordini, o almeno in presenza di suo padre.
«Aubrey» lo afferrò per una mano, affilando lo sguardo. «Devi andartene» aggiunse duro, assumendo la posa conveniente a un membro della famiglia.
Rigido e severo.
Il figlio di Jonathan Baker.
Si sentì morire dentro, eppure non poteva mostrare le proprie debolezze. Camilla e Blandine lo fissavano con insistenza, quattro occhietti piccoli e indagatori.
La posta in palio era tropo alta.
«Suvvia, Aaron, non essere così scortese con un ospite» disse Jonathan sciogliendosi in un sorriso di circostanza.
Cosa?
«Cosa?» diede voce ai suoi stessi pensieri, un po' stupito da quella reazione.
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Schiavo del Mio amore Malato
General FictionQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
