Epilogo.

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Dapprima giunse il profumo del tè, poi una lieve scossa delicata al braccio e un sussurro flebile a seguire.
Aaron dischiuse le palpebre e dovette richiuderle subito per la grande quantità di luce prodotta dalle finestre spalancate, la brezza mattutina portò un delicato odore di primule, tuttavia svanì quasi subito. Provò di nuovo ad aprire gli occhi e, con uno sbuffo, si tolse le lenzuola di dosso.

Odiava svegliarsi così presto e, soprattutto, abbandonare il caldo abbraccio del proprio letto.
Almeno aveva un buon motivo per farlo, si disse, uno davvero ottimo.
Non fece in tempo a inclinare il busto in avanti e a mettersi seduto, che le sue due sorelle lo rigettarono indietro, il vociare concitato dalla curiosità e le domande sparate fuori come delle mitraglie.

Non le sopportava, e questo non sarebbe mai cambiato.

Il giorno del suo rientro a casa, avvenuto ormai quasi un anno prima, aveva creduto di volerle integrare nella sua vita come parte della famiglia, e che magari ci fosse un modo per coesistere.
Era stata una menzogna dovuta allo stress, ecco la vera risposta.

«Toglietevi» borbottò acido e cercò persino di spingerne una oltre il materasso così da osservarla cadere e farsi male.
Quando le ascoltò protestare e lagnarsi, afferrò un polso a entrambe e le guardò in cagnesco, la mascella serrata dalla rabbia.

«Bambine, forse non mi avete preso sul serio la scorsa settimana. Lo so, nostro padre ha preso la decisione di riaprire la mia stanza e mi ha impedito di chiuderla ancora, però questo non vi dà il diritto di piombare qui, né adesso, né mai», ringhiò e alternò lo sguardo nei loro occhietti attenti, «tornate a tormentarmi anche solo un'altra volta, e vi prenderò a calci in culo finché non riuscirete a sedervi per il resto della vostra vita» concluse, si alzò dal letto e le trascinò fuori.
Subito dopo le udì correre lungo il corridoio e gridare di come il fratello fosse stato sgarbato e avesse usato parole indelicate.

«'Fanculo» borbottò il moro, chiuse la porta di scatto e sorrise soddisfatto, felice di potersi godere la bevanda calda in tutta tranquillità.
Se aveva appreso qualcosa dalla sua permanenza nella città media, era stato come fare per ottenere rispetto.

E al diavolo le buone maniere.

Si rilassò con un bel bagno profumato e passò sulla pelle una lunga lista di lozioni e trattamenti pregiati. Indossò i vestiti migliori tra quelli più sobri, spazzolò i capelli corti e annuì alla sua immagine nello specchio.
Si attardò un istante per sfiorare i contorni del proprio aspetto attuale e rammentò, non senza provare un brivido nell'animo, quando aveva gli zigomi sporgenti e ossuti, le labbra screpolate e le occhiaie a infestare il viso.
Ricordi che facevano ancora male nel suo cuore, fotografie indelebili ogni qualvolta gli capitava di scorgere il suo riflesso in qualche superficie.

Non avrebbe mai dimenticato quei momenti, eppure aveva imparato a convivere con i suoi fantasmi, ad accantonarli nei momenti bui e a ricacciarli indietro, pronto per un nuovo, inevitabile, round.

«Aaron, cos'hai fatto alle tue sorelle?» disse sua madre scoccandogli un'occhiata di traverso nel vederlo scendere le scale.
Il figlio mise su la migliore delle espressioni innocenti e si imbronciò.

«Madre, lo sapete, Bibi e Cami tendono a esagerare. Non dategli peso. E ora, se volete scusarmi, sono in ritardo per le lezioni» rispose con un largo sorriso e a stento trattenne l'emozione. Si scambiarono uno sguardo complice, Amanda inclinò la testa in un movimento orgoglioso e, al tempo stesso, gli fece cenno di stare attento.
In seguito si divisero e Aaron affrontò il salone, passò oltre il portone d'ingresso laddove si trovavano i domestici intenti a strofinare le imponenti colonne, e scese lungo il viale mattonato.

«Ehi, Aaron» lo salutò Simon riparando gli occhi con una mano per non essere accecato dai raggi del sole, le guance sporche di terra e qualche foglia incastrata nel gilet marrone. Il moro gli si fece vicino.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora