Dieci minuti.
Dieci lunghissimi minuti alla fine della lezione.
A Jacob non erano mai sembrati così lunghi come quella volta. Desiderava tornare a casa, lo voleva con tutto se stesso.
Forse, il fatto doveva attribuirsi alla mancanza di Corey di quei due giorni.
«Studiare da un amico» borbottò tra sé e sé, scarabocchiando il foglio pieno di scritte comprensibili solo a lui.
Lo dicevano anche gli insegnanti: la sua calligrafia era decisamente strana.
Fece una smorfia e portò il piercing sulla lingua nella fessura dei denti, tirandolo piano, roteando la pallina di ferro.
Sbuffò e mosse lo sguardo verso l'uomo dietro la cattedra, gli occhiali calati sulla punta del naso e lo sguardo svogliato perso tra le pagine del libro di testo.
Se tanto non aveva voglia di insegnare, per quale ragione non permetteva alla classe di uscire prima?
Ticchettò sul banco e sbadigliò rumoroso, interrompendo così il silenzio per qualche breve attimo.
«È disposto ad abbonarci gli ultimi cinque minuti?» domandò ad alta voce rizzando la schiena, ottenendo così l'attenzione del professore. «La lezione è terminata, e persino lei non vede l'ora di andarsene a casa a non so fare cosa nella sua patetica vita» aggiunse ghignando.
Sorpassare la linea era la sua specialità. Niente lo eccitava come insultare gli altri, vedere le loro espressioni confuse e seccate unite alle reazioni tardive.
Niente a parte il sesso, ovviamente.
«Mason, ne abbiamo già parlato. Il preside vuole tenervi in classe fino alla campanella» rispose l'uomo paziente, conoscendo bene il comportamento aggressivo del ragazzo e il suo desiderio di provocare.
«Sarebbe disposto a cambiare idea dopo un mio pompino? Così, tra me e lei, giusto per riempire questi cinque minuti» disse leccandosi le labbra fino a sorridere malizioso.
Il professore trattenne il respiro deciso a non rispondere in maniera sgarbata.
«No, grazie, Mason. E poi, a dirla tutta, ci sarebbe anche il resto della classe, non solo noi due» rispose puntiglioso, tornando a leggere il libro.
«Non sa quello che si perde» borbottò il ragazzo sbuffando, e si mise a giocare con la penna, battendo il foglio con una sequenza ritmica così da scandire i secondi.
Mantenne lo sguardo fisso sul professore e sogghignò nel vederlo sospirare piano.
Sapeva di essere fastidioso e gli stava bene così.
Sin da ragazzino aveva sempre mostrato un temperamento caldo, incapace proprio di stare fermo così da far esasperare la propria famiglia.
Un vero tornado.
Corrugò la fronte a caccia di ricordi.
Sì, forse era proprio quello il nomignolo affibbiatogli da suo fratello.
Alec Mason.
La sua stessa copia: uguale altezza; capelli scuri come una corteccia secolare; ghigno strafottente.
L'unica differenza risiedeva negli occhi e Jacob si era sempre vantato del sole nelle proprie iridi, un particolare che, a detta sua, eccitava le ragazze o i ragazzi.
Be', la seconda differenza era decisamente il carattere: al contrario di Jacob, Alec non apprezzava la malignità subdola; preferiva essere diretto e alzare subito le mani.
Picchiava, e picchiava anche piuttosto forte.
Jacob rammentava le zuffe tra loro, finite sempre con la vittoria del fratello a discapito suo.
Sospirò fissando il paesaggio fuori dalla finestra, il mento poggiato al palmo. I loro genitori li avevano giustamente divisi di scuola.
Unire i due fratelli? Impensabile.
Gli mancava la presenza di una spalla su cui contare, un amico che lo capisse nel profondo.
Certo, nel corso degli anni aveva tentato di sostituirlo, ma restava pur sempre difficile ricreare l'affinità intrinseca nei loro animi.
Solo in quel momento gli venne in mente un'idea geniale: e se avesse sorpreso Corey con la presenza di Alec?
Si alzò in piedi afferrando la borsa e fece lo slalom tra i banchi per guadagnare la porta.
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Schiavo del Mio amore Malato
General FictionQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
