Steven volse il capo lentamente, incredulo.
«Cos'hai detto?» chiese incanalando aria, ricercandone sempre di più.
«Dai, hai capito bene» rispose Jacob con uno sbuffo, le braccia incrociate e la smorfia annoiata sul volto.
L'altro spalancò le palpebre e aprì le braccia, poi scosse piano la testa.
«Fammi capire... stai mandando tutto a puttane, Jake?» quasi gridò, il vento ululava tra i vuoti della ringhiera del tetto.
Ansimava di rabbia. Avrebbe volentieri voluto gettarsi sul suo amico e tiragli fuori la verità da quella stupida faccia sorridente.
Stava complicando ogni cosa con la sua dannata idea.
Il loro piano si basava sull'unione di diversi fattori. Senza la sua pedina principale, il pavimento di gioco si sarebbe infranto sotto i suoi stessi piedi.
Passò una mano tra i capelli ed estrasse una sigaretta dal pacchetto, portandola alle labbra con un gesto stizzito.
«Non ci credo, mi stai abbandonando» proseguì e girò la rotella dell'accendino, senza successo.
Gli tremavano le dita dalle emozioni contenute a fatica.
«Ti aiuto io?» si propose Jacob e Steven gli scoccò un'occhiata furente, le pupille ridotte a uno spillo.
«Avvicinati e lo giuro, ti ficcherò la testa in quelle sbarre fino a vederla spaccarsi sotto i miei colpi» minacciò con un ringhio e il compagno sollevò le mani ghignando.
Stava perdendo la lucidità.
Un tradimento bello e buono, ecco cos'era.
«Andiamo, Stev, non farla così lunga» disse Jacob posando i gomiti sul ferro, i capelli mossi dal vento racchiusi in una coda bassa, un ciuffo libero sbatteva contro la sua fronte.
Così lunga. Parlava facile.
Non aveva progettato lui un piano nei minimi dettagli per poi vederlo sfumare per cosa? Studiare.
Esisteva una scusa peggiore di quella?
Steven strinse i denti e inspirò una generosa dose di fumo, la tenne nella bocca per qualche istante e la buttò fuori con uno sbuffo.
«Sai quanto mi ci vorrà adesso per farlo cadere completamente tra le mie braccia? Eri tu quello incaricato di spingerlo da me, e ci stavi riuscendo alla grande» si lamentò e poggiò la schiena contro la ringhiera, ignorandone il tremolio pericolante.
Jacob si strinse nelle spalle. «Ho fatto un casino con Corey e dovevo rimediare» rispose afferrandogli la sigaretta, stringendola tra le proprie labbra.
Steven rise senza divertimento.
«Ti sei proprio innamorato, eh?» commentò sarcastico e l'attenzione dell'altro scattò su di lui.
«Non dirlo neppure per scherzo» sibilò Jacob rizzando la schiena con uno scatto.
Steven alzò entrambe le sopracciglia e ghignò divertito. «Però non hai smentito» proseguì vedendolo socchiudere le palpebre e serrare la mascella.
Restarono in silenzio per un minuto, nocciola dentro quel grigio splendente.
Alla fine, Jacob lasciò andare il respiro trattenuto.
«Voglio levarmelo dai piedi, tutto qui» rispose distogliendo lo sguardo, riportandolo sul panorama.
Steven annuì tra sé e sé.
Come no, proprio toglierselo dai piedi.
Nel tempo aveva notato il cambiamento del suo amico: il nome di Corey era entrato lento nei loro discorsi e poi, senza accorgersene, Jacob ne parlava di continuo come se fosse la sua ossessione.
Poteva capirlo, quel ragazzo era un invitante bocconcino e, se Jacob non avesse innalzato dei paletti attorno a lui, avrebbe volentieri provato un approccio nei suoi confronti fino a portarselo a letto.
«Pensala come vuoi», parlò ancora, «ma per lui stai fottendo me» concluse staccandosi dalla ringhiera.
Il discorso finiva lì.
Jacob, il suo più fidato alleato, lo aveva pugnalato alle spalle e mandato così all'aria il suo elaborato piano. Avrebbe dovuto ricominciare da capo con Aaron.
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Schiavo del Mio amore Malato
Ficción GeneralQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
