-Troppo tardi.-

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Ticchettò la penna sulla scrivania e infilò le dita tra i capelli, il palmo premuto contro la fronte e il gomito puntellato sulla superficie.
Ascoltò una risatina provenire dal letto e lo sfogliare di una pagina, poi una nuova risata, stavolta trattenuta a stento.
Corey digrignò i denti e sbuffò piano, chiuse le palpebre e provò a immaginare mille modi per uccidere Jacob senza essere costretto ad alzarsi dalla sedia.

E se si fosse strozzato con quelle maledette patatine croccanti?

Davanti all'ennesima risata volse la sedia nella sua direzione e lo fissò in cagnesco, tuttavia il ragazzo ci mise almeno cinque minuti per accorgersi di lui e della sua insistenza.

«Ehi, che c'è?» chiese Jacob con una faccia ingenua, eppure il sorrisetto rivelò una punta di divertimento nascosto.

«Che c'è? Ti sembra che io me la stia spassando qui?» rispose Corey indicando i libri, gli appunti e i fogli sparsi sulla scrivania.

L'amico ci pensò qualche istante, poi negò con il capo. «No, hai ragione. Se tu te la stessi spassando, avresti me in mezzo alle gambe e staresti godendo come un gatto in calore.»

Il minore fece una smorfia, incapace di comprendere il filo di quello stupido discorso.
Perché si finiva sempre con il parlare di sesso?
Sembrava non pensare ad altro, un chiodo fisso e malato dentro la mente.

«Senti, a patto che tu non voglia essere cacciato fuori a calci in culo, smettila di ridere e dai indietro quella rivista a mia sorella» lo minacciò con il dito puntato nella sua direzione.

Jacob ribaltò la copertina e mostrò l'immagine di una famiglia di rane sotto un ombrello, la pioggia a fare da sfondo alla triste situazione.
«Vuoi impedirmi di leggere questa bellezza? Il mio cuore piange per le avventure di... di... oddio, come cazzo si chiama la rana mamma?» borbottò alla ricerca del nome all'interno delle pagine sottili.

Lo prendeva in giro, proprio come ogni volta.
Ma Corey ne ebbe abbastanza, e si alzò lasciando strusciare le gambe della sedia sul pavimento.

«Basta, esci» disse e spalancò la porta, il pomello stretto forte tra le dita.

Si chiese cosa avesse fatto di male per meritarsi un compagno del genere e, soprattutto, come mai la fabbrica avesse deciso di rinnovare e controllare le macchine proprio quel giorno.
L'esame preliminare si sarebbe tenuto quello stesso pomeriggio, e Corey sapeva di non essere pronto a sufficienza, e necessitava di tutto l'impegno e la calma possibile.
Il suo coinquilino forzato rendeva, come al solito, le cose complicate e lo metteva a dura prova.

«Questa è anche la mia stanza» mormorò Jacob, tuttavia si alzò e si diresse verso l'uscio. «Me lo dai un bacio di addio?» disse con un ghigno provocante al quale Corey rispose con un ringhio sommesso.

Giocava con la sua pazienza, e ne era rimasta davvero, davvero poca.
Si fissarono, nessuno dei due sembrò voler cedere spazio all'altro. Alla fine Jacob esalò un sospiro.

«Sei troppo teso, Cory. Rilassati, andrai benissimo. Sarai il migliore, fidati di me. Al limite ci riproverai l'anno dopo, e quello dopo ancora.» Gli posò le dita sulle spalle e le sentì tese, decisamente troppo per i suoi gusti.
Senza preavviso gli cinse la vita con le braccia e, barcollando un po', gettò entrambi sul letto ascoltando il respiro di Corey spezzarsi, seguito da un'imprecazione.

«No, no, lasciami, devo studiare» si lamentò a voce alta, tentò persino di menargli una gomitata sulla faccia, dato che aveva i polsi premuti sul materasso e stretti nelle mani dell'altro.

«Shht. Concentrati sul mio respiro e la mia voce, piccolo Davy», lo canzonò Jacob con una risatina, «e magari continua a muoverti così, che là sotto stai ottenendo parecchi consensi» aggiunse sfregando il bacino contro la sua coscia.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora