Aaron ebbe la sensazione di avere la lingua sciolta sul palato, continuava a racimolare le forze per muoverla, eppure lei non aveva proprio voglia di ascoltarlo.
-Forse-, pensò, -si tratta di un incubo, uno di quelli in cui non si riesce a parlare, ma solo a emettere versi indistinti per il terrore provato.-
E lui, di terrore, ne avvertiva davvero tanto. Lo inalava nell'aria, percorreva il tratto della gola, rifiutava di scendere ancora e preferiva serrare il suo fiato e tappare i polmoni così da farlo somigliare a un pesce intento a boccheggiare, come gli esemplari visti al mercato del venerdì: le iridi opache, la coda inerme e desiderosa di ondeggiare nell'acqua, senza tuttavia trovarne in quella lenta morte.
Almeno quei pesci morivano in branco, uno attaccato all'altro persino durante un frangente così macabro.
Invece, Aaron, non si era mai sentito così solo come quel momento.
I suoi occhi continuavano a inseguire le immagini dentro le foto, a tracciare i bordi di sagome sconosciute unite tutte da un medesimo dettaglio: un ghigno malefico e crudele.
Chiuse le palpebre e gettò fuori altre lacrime, si aggiunsero a quelle già presenti sulle guance roventi dalla vergogna.
Se ne avesse avuta l'occasione, si sarebbe volentieri sotterrato in un antro posto così in fondo da fare compagnia al nucleo della terra.
Non poteva.
La sua colpa era lì, davanti a sé a formare un cerchio perfetto di prove concrete sulla sua idiozia.
Stupido, stupido, Aaron.
Udì un rumore e capì che finalmente Steven aveva scelto di muoversi dalla sua postazione accanto al corridoio, da quell'angolino di tronfia soddisfazione.
Lo guardò con un misto di paura e di nausea, la bocca dello stomaco piena zeppa di quei sentimenti, incapace di riversarli contro il suo vecchio amico.
Erano mai stati amici?
Si aggrappò a una scintilla di speranza, ignorò l'ultima frase pronunciata proprio da Steven e pregò in cuor suo di vederlo trasformarsi in quel giovane ragazzo pronto ad aiutarlo, lo stesso in grado di sussurrare parole smielate ed emozionanti al riparo delle fronde del loro albero preferito.
È lì.
Steven è ancora lì, si disse.
Trattenne il respiro quando il ghigno del compagno si acuì ancora di più, divenendo distorto e vittorioso. Ascoltò le sue aspettative cadere a terra, una dopo l'altra, rimbalzare e rotolare lontano.
Rimase solo la delusione sulle sue spalle fragili, gli spifferi freddi dalle finestre a colpire inclementi la sua pelle nuda, testimonianza di una notte devastante sia per il corpo che per l'anima.
«Ti vedo confuso» mormorò Steven e la voce tradì trepidazione, gli occhi brillanti di una gioia a stento trattenuta.
Chissà da quanto aspettava di pronunciare quella frase.
Il moro tremò dentro ogni fibra, un martello incessante a battere sulle ossa nascoste dai muscoli frementi. Le dita strette a morte su quell'unica foto, quella maledetta immagine in cui aveva riconosciuto il suo volto senza tuttavia rammentare l'accaduto.
«Be', è comprensibile. Però... però... iniziamo dal principio, altrimenti ti sarà impossibile comprendere le dinamiche» aggiunse il maggiore e soffiò una risata, unì le mani in un applauso privo di schiocco e le lasciò ricadere accanto ai fianchi.
«Perché mi hai fatto questo?» chiese Aaron con un filo di fiato, il timido tentativo di un condannato a morte di scampare una terribile pena già scritta.
A quel punto Steven non riuscì a contenersi e si alzò in piedi, prese a camminare avanti e indietro e allo stesso tempo a scuotere il capo.
«Oh, Ron.. Da fuori può sembrare la solita lotta tra ricco e povero, lo so», spiegò indicando entrambi con un gesto, «però ti assicuro che c'è una differenza in tutto questo. È un'idea venutami in mente da tempo, da quando ho rispedito l'ultima troia a casa vostra con l'anima fratturata assieme a buona parte delle ossa.»
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Schiavo del Mio amore Malato
General FictionQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
