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Capitolo -12-

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Il tiepido sole del tramonto rischiarava i campi rigogliosi e brillava sulle tegole dei tetti spioventi.
Steven fece una smorfia nauseata e prese una bella boccata di fumo, entrambi gli avambracci posati sulla ringhiera pericolante di uno dei camminamenti in pietra.
Osservare la sua gente lo rendeva sempre immensamente arrabbiato e, se avesse potuto, li avrebbe abbattuti senza pietà.
Niente più raccolto, niente più zona rurale sfruttata dalle altre due città.

Facile.

Mosse il braccio e passò la sigaretta a Joyce al proprio fianco. Si perse un istante a fissarla e il disgusto lo colpì forte nel vederla più gobba del solito. Stare per troppo tempo piegata le stava fottendo la schiena, ed era questa la ragione per cui la maggior parte delle persone camminavano curve quasi fino a spezzarsi a metà.

«Come stai?» chiese lei aspirando il fumo, le guance scavate rese concave dal respiro trattenuto.
Il fratello si strinse nelle spalle e se ne stette in silenzio, e non perché non avesse voglia di rispondere, ma perché lui stesso non conosceva le sue condizioni.
Viveva in un turbinio indistinto, un limbo feroce pieno di bestie capaci di graffiarlo dall'interno e lasciarlo sanguinante.
Aveva spesso provato a dare un volto alla sua inquietudine e vagliato diverse ipotesi, però quella reale si era presentata di fronte ai suoi occhi senza neppure volerlo, e solo guardando un calendario sbiadito: presto lo scambio di Aaron sarebbe giunto al termine.

Sbuffò e tracciò le dita tra i capelli umidi a causa della pioggerella leggera che aveva iniziato a scendere.
Il motivo per cui fosse così sconvolto da quel dettaglio era stato causa di notti insonni trascorse a fissare il soffitto.

Avrebbe perso il suo gioco personale? Ovviamente.
Sarebbe tornato alla banale rincorsa del ricco di turno fino a rispedirlo nella loro merda di città?
Noioso.

In fondo in fondo c'era un vuoto incolmabile e misterioso.
Cosa desiderava davvero? Cosa si nascondeva in basso e faticava a riportarlo a galla?

Proprio non lo capiva.

«E tu?» chiese di rimando, deciso a staccare di netto i suoi sciocchi pensieri.

«Sempre uguale. Isabella ha un figlio nuovo in pancia, ma forse stavolta muore prima» disse con noncuranza e si pulì il naso sull'orlo della manica.

«Bene. Una bocca in meno a cui chiedere soldi, quando diventerà grande. Se soltanto ci fossimo salvati anche noi così» commentò Steven atono.

Quelli erano i classici discorsi tra fratello e sorella sin da ragazzini.
Lamentele, borbottii e sbuffi, ma tanto alla fine ubbidivano a quel cane del loro genitore, pur di non farlo arrabbiare. Era qualcosa di intrinseco e complicato da evitare, cucito a forza dentro il loro sangue con la paura e le botte.

«Aaron?» disse Joyce, e Steven sentì il cuore perdere un battito.

Una bella domanda anche quella.

Da giorni lo evitava e non l'aveva nemmeno sfiorato con un dito. Una mattina, per non averlo in casa e non vederlo, lo aveva chiuso nella cantina dietro l'abitazione a far compagnia ai topi.
Iniziava a sentire la corda stretta al collo sfregare, e sapeva che non avrebbe portato a nulla di buono.

«Sta bene» mentì dando un ultimo lungo respiro alla sigaretta, prima di gettarla nel vuoto.
Se ne stettero un po' in silenzio, poi Joyce parlò di nuovo.

«Ricorda parecchio Asher» mormorò con le lacrime nel tono, e Steven invidiò la sua tristezza, incapace di provarla a sua volta.

Da settimane, forse da quando Signore lo aveva quasi ammazzato, il volto del fratello si sporgeva nei suoi ricordi, però rimaneva sfocato e senza voce, i lineamenti appena accennati.
Tuttavia, ogni qualvolta la sua immagine usciva fuori, era costretto a correre in bagno a vomitare fino a dover respirare forte per non svenire dalla nausea.
In quei momenti si diceva fosse meglio averlo dimenticato, così come il suo tocco e la sua presenza.
Ciò che sapeva, erano le storie raccontate sul suo conto, ovvero che lo avesse pregato di dare un taglio alla vita di entrambi, fallendo nel suo intento.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora