Strinse la penna tra le dita e la rigirò ancora, togliendo e rimettendo il cappuccio.
Abbassò lo sguardo sul banco, seguendo con gli occhi la moltitudine di linee e incisioni sulla superficie: scritte, disegni e graffiti complicati.
Si mosse sulla sedia a disagio.
Quante volte si era già ripetuto di non potercela fare?
Tante, forse anche troppe.
Fissò la lavagna di fronte a lui: una cornice storta e una parte del nero sbiadito e inutilizzabile.
Era tutto così sporco, così svilente.
Possibile che la differenza tra i loro ceti fosse così grande? Gli venne da piangere.
Si sentì stupido per essersi a volte lamentato della propria situazione e, soprattutto, per la sua voglia di scappare via dalla propria casa.
Aveva sempre avuto ogni cosa.
Lezioni private di musica e di equitazione; cibo e pasti caldi preparati da una domestica; un tetto forte sopra la testa.
E questi ragazzi cosa avevano? Nulla.
Come potevano sentirsi felici?
Osservò l'orologio sbilenco sulla parete e constatò fosse passata già mezz'ora dal suono della campanella.
Del professore nessuna traccia.
C'era così tanto chiasso, così tanti schiamazzi, che avrebbe voluto rintanarsi da qualche parte e scomparire.
Al pari, le grida delle sue sorelle sembravano una canzone melodica.
Qualcuno gli sferrò un calcio sotto la sedia e Aaron sussultò, preso alla sprovvista.
Deglutì e si voltò lentamente.
Si ritrovò a fissare gli occhi azzurro chiaro di una ragazza, la sua bocca si apriva e si chiudeva di continuo per masticare una gomma.
«Allora, sei nuovo? Non ti ho mai visto da queste parti» esordì, posando il mento sul palmo della mano, scrutandolo da dietro le ciglia scure.
Aaron deglutì ancora.
Non poteva fare una figuraccia, non il primo giorno.
Tentò di sconfiggere la propria timidezza, e di immaginare quella sconosciuta come una delle amiche con cui era solito parlare per ore sotto gli alberi della sua magione, e a sorseggiare tè di alta qualità.
«Sì, sono nuovo» rispose teso e la ragazza rise, indicandolo con un cenno del mento.
«Guardati, hai la faccia di uno che sta per morire. Sembri avere una scopa nel culo» lo apostrofò, tornando a masticare la gomma in maniera rumorosa.
Aaron corrugò la fronte e strinse le dita sulle gambe.
Poteva fare meglio di così.
«Mi chiamo Aaron» si presentò con un mezzo sorriso, o almeno ci provò, pregando che le proprie labbra avessero voglia di collaborare.
Lei sorrise e mosse il braccio da sotto il banco, afferrandogli la mano senza preavviso.
Aaron trattenne il fiato. Cos'erano quelle scritte sulla sua pelle?
Si trattava di sporcizia?
«Sono Catherine», rispose stringendo forte, «questa tua presa è da femminuccia. Mia nonna dà la mano meglio di te» sentenziò.
Aaron stava ancora fissando quella moltitudine di disegni impressi sulla pelle della ragazza, che quasi non la udì parlare.
Da una parte ne fu inorridito e, dall'altra, trovò quell'intreccio affascinante.
Avevano uno scopo o erano stati creati senza pensare? Qual era la storia nascosta dietro a quelle immagini?
«Scusa, sono un po' agitato» soffiò, riportando l'attenzione su di lei.
Catherine rise e mollò la presa.
«Per così poco? Quando ti ritroverai in mezzo alle mie gambe, spero non farai la stessa faccia di adesso» strizzò l'occhio e Aaron arrossì visibilmente.
Che ragazza sfacciata!
Lui non parlava mai di quegli argomenti con i suoi amici.
Ciò che si faceva nella vita privata non era da sbandierare a tutti. Qualche suo compagno aveva tentato di renderlo partecipe alla ricerca di un consiglio, ma Aaron non sapeva nulla a proposito, e si era ritrovato a stringere le spalle, biascicando un semplice: "ce la puoi fare."
STAI LEGGENDO
Schiavo del Mio amore Malato
Ficção GeralQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
