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Capitolo -4-

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«Stai attento a dove vai!»
Aaron sollevò lo sguardo sgranando le palpebre, urtando la spalla di un signore nella sua stessa direzione.
Aveva avuto un giramento e, per questo motivo, si era poggiato contro il muro alla ricerca di un sostegno.

Più andava avanti, e più il proprio corpo comunicava un'urgenza di riposo e, soprattutto, di ingerire qualcosa e tenerlo dentro.
Continuava a vomitare, l'angoscia crescente e il dolore nel cuore.
Sospirò proseguendo, avvistando la struttura della scuola in lontananza.
Steven gli aveva ordinato di andare, giusto per salvare le apparenze.

Gli venne da ridere.
Come se nessuno avesse ormai compreso come la loro improvvisa scomparsa simultanea fosse in qualche modo collegata.

Chiuse le palpebre una frazione di secondo in più e affondò i piedi in una pozzanghera fangosa.
Lanciò un'occhiata avvilita alle proprie scarpe ormai macchiate.
Non si reggeva in piedi.

Quanti chili aveva perso?
Non che fosse mai stato robusto, ma adesso si iniziavano a vedere le ossa degli zigomi sporgere con prepotenza.
Si morse forte le labbra e ignorò il sangue fuoriuscire dagli spacchi di pelle secca.
Udì il trillo della campanella da lontano e aumentò il ritmo.
Non poteva fare tardi e tornare a casa.

Steven non gliel'avrebbe perdonato.

Osservò il custode trascinare il cancello verso destra e si avvicinò, beccandosi uno sguardo annoiato ma deciso.
«Spiacente, ragazzo, sei in ritardo» commentò quello laconico.

Aaron prese fiato e unì entrambe le mani. «La prego, solo di qualche minuto. Ho fatto tanta strada per arrivare fino a qui» disse in una supplica.
Non poteva tornare.
Non poteva.
Lo osservò scuotere la testa e alzare le spalle. «Svegliati prima, la prossima volta» fu il nuovo commento sprezzante.

In che modo poteva convincere quell'uomo di provenire in realtà dalla città bassa, e di come avesse mancato l'autobus di un soffio?
Tutto contro di lui.

«La prego...» soffiò posando una mano tremante sul tubo di ferro.

«Forza, ci faccia entrare. Che diavolo le costa lasciarci uno spiraglio? Viene pagato un briciolo e le piace tormentare i ragazzi come noi per frustrazione.»
Quella voce.
Aaron volse lo sguardo alle proprie spalle, immergendosi in un paio di iridi così complicate da renderle meravigliose: una parte grigio scuro e l'altra parte di un nocciola tendente al rosso.
Un esempio di quando la natura decideva di giocare con i colori.

«Dai, vecchio Alfred, facci passare», disse ancora il ragazzo tirando su il bordo della felpa, coprendo il collo, «vuoi farci gelare le chiappe?»
L'uomo sbuffò, le nuvolette di freddo si sollevarono dalla sua bocca.

«Campbell, questa è l'ultima volta» borbottò arcigno, dando retta alle parole del ragazzo e lasciando poi una parte aperta.

Aaron ascoltò il cancello risuonare dietro di loro e affiancò l'altro fino al portone.
«Grazie, Tim» sussurrò abbozzando un sorriso e l'altro gli cinse le spalle con un braccio, stringendolo contro di lui affettuosamente.

«Tutto bene, piccoletto?» domandò, giocherellando con la propria corta frangia biondo chiaro, spostandola da un lato in modo perfetto.
Una domanda di rito.
Ovvio non andasse tutto bene, altrimenti non si sarebbe ritrovato ad abbracciare uno scheletro.
Aaron si strinse nelle spalle, lasciandosi andare a un lunghissimo sospiro.

«Io, te e Keìra, ce ne andiamo da qualche parte, dopo la scuola» propose Timothy, vedendosi però declinare l'offerta.

«Non posso, scusa» rispose il moro con un mezzo sorriso amaro.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora