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-Una sola danza finale.-

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Fantastico.
Aveva trascorso un periodo fantastico con Aubrey, seppur della durata di un solo giorno. Lo avevano impiegato a coccolarsi, a dedicarsi uno alle attenzioni dell'altro senza alcun tipo di riserva, lasciando parlare solo i sentimenti e i loro istinti.
Aaron prese un bel respiro e infilò le mani nelle tasche del giaccone pesante, le dita intirizzite dal freddo dell'ultima nevicata.

L'angoscia era salita nel momento stesso in cui aveva messo piede fuori dal portone, l'aria stessa sembrava sospingerlo, sballottarlo, schiaffeggiarlo come punizione per i propri errori.
Non avrebbe mai dovuto accettare di dividersi tra Aubrey e Steven, due bivi completamente differenti e complicati.
Per questa ragione, con il cuore in gola, si stava recando all'appuntamento con Steven, i passi pesanti affondavano nel manto bianco creatosi durante la notte.

Doveva mettere un freno a loro, spiegare le ragioni di un tale distacco e sperare di riuscire comunque a rimanere in buoni rapporti.
Sarebbe stato possibile?
Forse no, ma era giusto tentare di non spezzare i rapporti in modo brutale.
Scosse il capo e fece un sorrisetto amaro verso se stesso.

A chi voleva darla a bere? Nel proprio enorme egoismo sapeva di avere ancora bisogno di protezione all'interno della scuola, di una guardia a cui fare affidamento quando le pareti sceglievano di pressarlo fino a vederlo soffocare.
Steven faceva al caso suo, ed era soltanto questa la ragione della sua preoccupazione.

Nient'altro.

Dio, che persona orribile votata solo alla propria sopravvivenza.
Intravide gli archi della sua città e volse lo sguardo altrove, la sensazione bruciante di essere come loro impressa su ogni centimetro del corpo.
Respirò una boccata d'aria gelida e indugiò sulla figura lontana del compagno, sulla sua fisionomia perfetta avvolta in una giacca nera in netto contrasto con il candore dell'ambiente.

Steven lo vide e sul viso si aprì un sorriso ampio. Aaron lo paragonò a uno spicchio di cielo azzurro in mezzo a tante nuvole, uno capace di squarciare la burrasca con la sola forza della bellezza.
Ignorò il tumulto nel petto e avanzò, le dita serrate attorno alla stoffa interna delle tasche.

«Ron» lo salutò l'amico e si alzò per scoccargli un bacio, trovandosi però a contatto con la sua guancia e non con le morbide labbra.

Aaron credette quasi di spezzarsi sotto il suo sguardo confuso, una pugnalata al cuore, una delle peggiori.
Accennò un sorriso di scuse forse più simile a una smorfia contrita, e gli fece cenno di sedere sul muretto a pochi passi.
E se non fosse riuscito a trovare le parole giuste?
Pregò di saper sfruttare la parlantina della famiglia Baker e riportò alla mente, seppur per un brevissimo istante, i discorsi intrattenuti da sua madre nella piazza comune: lei sì che sapeva tenere alto il morale di una folla di cento e più persone, non una distrazione né un fiato.

Si chiese se non fosse per la tirannia espressa in ogni movenza, tuttavia non ebbe altro tempo per interrogarsi sull'argomento.
Aveva molto in ballo, molto più importante che scavare nei ricordi dei suoi genitori.

«Stev...» disse e gli prese le mani tra le sue, giocherellò con il bordo del giaccone e deglutì spesso prima di trovare il coraggio di guardarlo.
Fu una discesa complicata quella dentro le iridi di Steven, dentro l'ardore con cui lo fissava: un misto tra un incendio e un enorme onda in mare pronta a travolgerlo e a spazzarlo fino alla spiaggia, ridotto al relitto di una nave.

«Non preannuncia nulla di buono questo inizio» scherzò il maggiore, tuttavia aveva le spalle tese e le sopracciglia un pelo corrucciate, e non pareva affatto divertito.

Aaron si umettò le labbra, tirò su con il naso e lasciò andare il respiro a stento trattenuto. «Sono giunto alla mia conclusione tra quello che c'è fra noi» esordì con dolore, lo stesso dipinto sul viso dell'altro.

Schiavo del Mio amore MalatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora