«Che ci fai qui?»
Aubrey sollevò gli occhi e si specchiò in quelli verdi di Noah, il viso severo e la linea della bocca tirata e infastidita.
Aveva provato ad andare a scuola, eppure, nel momento in cui si era trovato a sbirciare Aaron da lontano, se l'era data a gambe, il cuore in gola a martellare dall'agitazione.
Non poteva pensare di essere odiato dalla persona che più amava nella propria vita.
I suoi genitori si erano tanto raccomandati di procedere per gradi, e Aubrey aveva subito accettato il loro consiglio, tuttavia il desiderio di vedere occhi nuvolosi batteva tutto il resto.
Purtroppo, però, era andato incontro a un fallimento su ogni linea.
Vagare per la città era sembrato un compromesso accettabile per il suo primo giorno fuori casa, dopo settimane di immobilità. Alla fine si era seduto sui gradini di una grande struttura a guardare le auto passare e ad ascoltare le chiacchiere in sottofondo.
Corrugò la fronte e si strinse nelle spalle.
«Perché?», chiese, «non puoi stare qui?» aggiunse senza capire.
Noah sospirò e lo sorpassò, scomparendo oltre la soglia senza rispondere.
L'amico rimase qualche istante fermo, poi si volse in direzione delle porte e, con le mani a coppa, cercò di sbirciare gli interni.
Al centro notò un enorme palco recintato, una serie di sacchi penzolare dal soffitto e una pedana vasta piena di ragazzi.
Si domandò dove fosse giunto e cosa Noah c'entrasse con quel posto. Alcune volte non lo aveva visto andare a scuola, quindi i pezzi iniziarono a combaciare.
Spinto dalla curiosità si intrufolò, rimanendo però molto vicino alle uscite. Le novità lo spaventavano, aumentando il suo grado di sudorazione e azzerando la saliva nella bocca.
Passò in rassegna ogni macchinario, ogni singolo dettaglio, ma comunque non comprese la loro utilità.
Sussultò nel vedere un paio di ragazzi iniziare a picchiarsi, incitati da una donna alta e smilza. Batteva le mani e gridava così tanto da risuonare potente in aria, colpi forti e cadenzati.
Aubrey non riuscì a staccare lo sguardo dalla scena; la trovò stranamente ipnotica.
Si chiese come mai se la stessero dando di santa ragione utilizzando sia le braccia che le gambe.
Dischiuse le labbra sorpreso: il primo aveva atterrato l'altro con una mossa agile, tenendolo bloccato con i polpacci lungo i fianchi. Per quanto il secondo lottasse, non fu in grado di liberarsi.
Era stata una danza lenta e, alla fine, letale.
«Forza, ricominciate» gridò la donna indicando alcuni di loro e, nel mentre, scese dal palco scavalcando spessi fili di corda elastica.
Aubrey la seguì con gli occhi e fu proprio quando lei si bloccò accanto a Noah che notò la grande somiglianza tra i due: gli stessi capelli infuocati e gli occhi di un verde tenue, uno più acceso dell'altro.
Si trattava forse di sua madre? In effetti non conosceva nulla a proposito di quel ragazzo che non fossero i piaceri sessuali o i punti dove toccarlo per farlo godere.
Noah annuì, il capo chino e lo sguardo fisso in basso. Sua madre gesticolava, non prendeva quasi fiato e Aubrey la sentiva parlare, e parlare ancora; sembrava arrabbiata.
Infine mollò uno schiaffo sulla guancia del figlio e nella struttura il silenzio calò così di colpo da stordire il biondo, gli fecero male le orecchie.
«Non farmi fare un'altra volta una figura simile» disse lei stringendo la mascella, il petto gonfio d'ira.
«Sì» rispose Noah continuando a trovare il pavimento più interessante di ogni altra cosa.
Un nuovo schiaffo, stavolta il suono si propagò lontano, un monito invisibile.
«Non ho capito» lo incalzò la donna e il giovane deglutì.
«Sì, allenatrice» aggiunse serio, ascoltandola calpestare il terreno e uscire da una porta sullo sfondo.
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Schiavo del Mio amore Malato
Ficción GeneralQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
