-La strada di casa.-

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Sfiorò con gli occhi i contorni delle abitazioni oltre le mura innalzate, quelle strutture che tanto oscuravano i bordi della città media e ostentavano il verde fin laggiù.
Un verde che, da loro, era praticamente inesistente.
Corey sospirò e infilò le mani dentro le tasche della felpa, riprendendo poi a camminare per le strade.

Il vento frustava i suoi corti capelli, spingeva alcune cartacce per la via e le costringeva ad appiattirsi contro le vetrine.
Faceva davvero freddo per quell'orario. Dopotutto, l'alba era sorta da poco ed era uscito indossando i primi abiti trovati dentro l'armadio.

Si chiese ancora una volta se non stesse rincorrendo uno stupido sogno.
Finire nella parte ricca era davvero possibile?
Aaron aveva chiaramente faticato a nascondere il suo scetticismo, segno evidente di come nessuno fosse mai riuscito in quell'impresa.
Il suo stomaco si strinse al pensiero di finire ancora più sotto, costretto a badare ai campi anziché studiare.
Gli piaceva, e non lo faceva solo per un tornaconto personale: amava imparare, l'aveva sempre fatto e, quand'era molto piccolo, leggeva i suoi libri al padre durante i giorni in cui era costretto a letto.

Perché doveva essere tutto così complicato?
Non lo capiva proprio.
Rabbrividì nel riportare alla mente le parole pronunciate da sua madre dopo il loro ultimo incontro.

-È venuta la sicurezza e ci ha lasciato un avviso. Figliolo, non te lo nego: abbiamo i giorni contati. Se non dovessimo trovare un sostegno entro i prossimi due mesi, ci costringeranno a scendere.-

A scendere.
Sembrava già di per sé una frase terribile.
Si sentiva spezzato in due.
Da una parte lo studio, sul quale stava mettendo ogni sua fibra; dall'altra, andare a lavorare per sopperire alla mancanza di suo padre.
Forse avrebbe fatto meglio ad abbandonare il progetto in partenza, sebbene gli rodesse fin dentro le viscere.

Non era il tipo a cui piaceva gettare la spugna senza combattere, ma come poteva trovare una soluzione laddove non c'era?
Meglio entrare nel giro delle fabbriche e mantenere uno stile di vita migliore, che invece perdere ogni cosa e buttarsi in mezzo ai contadini privi di una prospettiva di futuro.

«Merda» sbraitò arrabbiato e finì con il mordersi l'interno guancia più di quanto non facesse di solito.

Problemi e solo problemi.

Girovagò ancora un po' per la città, le sole gambe a guidarlo e la mente altrove. Poi tornò all'appartamento e, aprendo la porta, percepì un silenzio surreale.

Jacob stava ancora dormendo.
Richiuse delicato l'uscio e si affacciò nella stanza, esaminando il corpo del suo coinquilino: indossava solo un paio di boxer e il lenzuolo lo copriva per metà lasciando scoperti i muscoli tonici e la mole di tatuaggi sulla pelle olivastra. Lo vide rigirarsi a pancia in su, il braccio in alto posato sul suo cuscino, il petto si alzava e si abbassava lento.

Sembrava così calmo e rilassato senza quel velo di strafottenza di solito mostrato durante il giorno.
Il sonno gli donava; lo rendeva più tranquillo.
Corrugò la fronte e scosse la testa, sbuffando piano.
Dannazione a lui e a quando aveva trovato l'annuncio di quel bilocale. Se non fosse stato per quello, una buona fetta dei suoi guai sarebbero stati più semplici da superare.
Non lo negava: Jacob aveva sconvolto ogni pronostico.

Un vento rovente nelle sue giornate ghiacciate, una freccia incandescente nel cuore a sciogliere la naturale barriera creata nel tempo.

Con un profondo dolore interno, la sua mente giunse all'unica conclusione plausibile: andarsene da lì.
I suoi ritmi erano calati drasticamente e ne avevano risentito lo studio e l'impegno.
Si passò le dita tra i capelli e roteò gli occhi. Perché provava solo rabbia verso se stesso?
Era la sola decisione da prendere, o almeno se ne convinse.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora