Tracciare il solito percorso iniziava a innervosirlo: casa, la fabbrica, di nuovo casa.
Jacob si massaggiò le tempie e grattò via una macchia di grasso dal dorso della mano, poi sputò a terra sbuffò.
«Ehi, ragazzo. Vieni a bere qualcosa?» propose un uomo di cui Jacob non conosceva il nome, eppure lo aveva visto spesso durante il suo turno.
Semplicemente non gli fregava niente di loro, e conoscerli risultava un'accortezza inutile.
Si era immerso nel lavoro con tutto se stesso, portava il corpo al limite fino a quando, troppo stanco anche per respirare, si gettava in un tunnel infinito di incubi vorticanti.
Incubi dove c'era anche Corey, e forse era proprio quella la ragione per cui, prima di andare a dormire, sorrideva e pregustava il momento con trepidazione.
Lo vedeva, lo toccava e respirava il suo buonissimo odore, sebbene poi cadesse tutto a capofitto, tramutandosi in una tragedia innominabile fino a costringerlo a svegliarsi di soprassalto, il sudore a colare dalla fronte e il respiro affannato.
Un prezzo da pagare, pur di trascorrere minuti con il suo Cory.
Scosse il capo e si alzò dalla postazione, sgranchì la schiena e declinò l'offerta di quei tipi.
Bere con una manica di vecchi? Non era arrivato a quel limite di pateticità, non ancora, almeno.
Ficcò le mani nelle tasche della salopette di jeans e si incamminò verso la zona degli autobus, il corpo subito posato contro il palo di ferro traballante.
Si consolò all'idea dell'imminente serata da trascorrere con suo fratello. Avrebbe contato le ore di quel pomeriggio infinito, prima di potersi concedere a risate e battute al limite delle stronzate.
Sorrise e incastrò la sigaretta tra le labbra, aspirò una generosa dose di fumo e lo trattenne qualche secondo, poi lo lasciò andare per sostituirlo con un nuovo respiro.
Quanti pacchetti di sigarette aveva finito da quando Corey era scomparso?
Troppi.
La sua stanza, infatti, era divenuta una ciminiera, tanto che Agata era dovuta venire a sgridarlo fino a sequestrare tutte le scatole. Adesso deteneva il conteggio, e Jacob la lasciava fare.
Se fingere di comandarlo la teneva impegnata a non pensare alla mancanza di suo figlio, chi era lui per infrangere quel compito?
Nessuno.
Il mezzo si mosse dapprima pigro, poi fagocitò il cemento a una velocità sostenuta e il ragazzo posò la tempia al finestrino, fissando con disinteresse le figure al di là sfilare e divenire macchie indistinte.
Aveva smesso di cercare il volto di Corey in mezzo a quegli sconosciuti, o guardarsi attorno al minimo suono di una voce simile alla sua, oppure sentire il cuore accelerare al cigolio della porta di casa.
Non c'era, e non l'avrebbe trovato.
Tanto valeva rassegnarsi.
Si passò una mano sul viso e baciò il bracciale di stoffa al polso, l'unico cimelio in suo possesso appartenuto al coinquilino. Lo indossava sempre e fingeva di averlo al proprio fianco, poi si dava dello stupido e smidollato e riportava il braccio in basso; un istante dopo eccolo che tornava a fissare quella semplice striscia colorata e a baciarla ancora e ancora.
Che stupido.
Scese con un salto i gradini e affrontò il percorso solitario di una strada dissestata e ricca di buche. Evitò una pozzanghera creata dalla neve sciolta e afferrò il cancello del vialetto.
«State buoni» ringhiò ai cani enormi in attesa dall'altro lato pronti a saltargli addosso, le lingue a penzoloni e le code a saettare prima a destra, poi a sinistra.
«Oh, 'fanculo» borbottò scostando il cancello. Quei due animali non capivano i suoi ordini; tanto valeva non perdere tempo e farsi assaltare e leccare in ogni punto disponibile.
«Bentornato» disse Elany una volta entrato in casa, una cesta piena di vestiti tra le sue braccia. Si mise in punta di piedi e gli scoccò un bacio sulla guancia, poi se ne andò spedita verso la lavanderia.
Jacob abbozzò un mezzo sorrisetto. Iniziava a volere bene a quella bambinetta impertinente. E poi, se la guardava bene negli occhi, vedeva il mare scuro appartenuto anche a Corey.
Tutto lo portava a pensare a lui.
Ogni dettaglio, anche il più sciocco come la carta da parati di un negozio o un motivetto fischiettato dall'uomo del chiosco al bordo della strada.
Aveva ragione Alec: stava diventando un rammollito, o forse lo era sempre stato, chissà.
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Schiavo del Mio amore Malato
Narrativa generaleQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
