Caro, Aaron.
Sì, lo so, questo non è il migliore degli inizi, ma non importa.
In realtà, ciò che voglio dire supera di gran lunga ogni mia prospettiva, mi lacera la mente e gioca con i tanti pensieri ad affollarla.
Ho sempre vissuto in un mondo dove il più forte l'aveva vinta, dove bastava agitare il pugno per ottenere favori, dove le parole, per quanto fantastiche siano, non necessariamente spiegavano il proprio punto di vista.
Quando ti riempi di concetti, è davvero difficile seppellirli come se nulla fosse, e potrei scrivere cento pagine su come la mia vita mi abbia condizionato a tal punto, da rendermi ciò che sono; però le scuse banali mi hanno sempre annoiato, ed è fin troppo facile nascondersi dietro questo, pur di non scrutare il nostro animo corrotto.
La verità è che alcune persone non migliorano, punto.
Puoi lottare, correre, sollevarti e credere di stare a un passo dalla luce per afferrarla e riempirti di lei, ma non puoi.
Convincersene, invece, è tutta un'altra storia.
Rende il debole, forte.
Rende la sconfitta, una vittoria.
Rende una cattiva azione, una scelta inevitabile, se fatta a fin di bene.
Basta soltanto credere davvero di essere cambiati, di splendere di luce non propria, e il gioco è fatto.
Be', io non ci sono mai riuscito.
Ciò che sono ha lo sfondo di terrore, di botte sin da bambino, di grida e dolori disumani, ma è l'interno ad essere corrotto, e non c'entra affatto il resto. Ce l'ho dentro, qualcosa di sbagliato, qualcosa che pensa in due modi differenti, qualcosa che mangia il mio lato debole e si ingrandisce di rabbia furente, si alimenta con la sconfitta degli altri e gode delle disgrazie altrui.
Chi è? E, soprattutto, cos'è?
Non lo so, e nel tempo ci ho fatto l'abitudine. Ho nascosto i rimpianti, i rimorsi e tutte quelle stronzate, e ho barattato la metà del mio cuore per una vita di merda. L'altra metà se l'è presa Asher quando è morto, quando ho lasciato di proposito la presa per vederlo annaspare e soffocare con l'acqua, per sentire il suo grido di richiamo nel cercare di tornare da me, e salvarmi.
Salvarmi da cosa, poi? Non c'è salvezza per i demoni; solo l'inferno. E l'inferno è diventato il mio presente, respirare l'aria un fiato dopo l'altro, sentire il cuore che batte e sapere di dovermi svegliare, il giorno dopo, e rivivere tutto.
La verità, è che non ho mai desiderato portare così a lungo il mio cammino, e ci ho sperato davvero di finirla quel giorno, assieme al mio dolce fratellino. Ma, da qualche parte, mi volevano in questo fottuto buco di mondo a tormentare le anime terrene, e neppure le botte di mio padre e il ricovero in ospedale sono riusciti a chiudermi gli occhi.
A qualcuno piace giocare, eppure io ho perso i miei dadi per partecipare e scelgo ormai di saltare la partita.
Avanti un altro, e magari avrà più fortuna di me.
Hai mai davvero pensato a cosa voglia dire: ammirare qualcuno?
Io sì, e fino ad oggi non mi era mai capitato di provare nulla di lontanamente simile in questo mare di banalità, di persone identiche ad altre, di mancanza di iniziativa.
Poi sei arrivato tu, con la tua faccia da cane bastonato, il tuo tremolio anche solo nel dovermi passare davanti per uscire dalla classe, i tuoi occhioni lugubri di un coraggio dormiente.
Hai mangiato la terra, ingoiato le lacrime fino alla nausea, hai scambiato i giorni di libertà come se fossero francobolli, e non ti sei dato per vinto.
Il tuo attaccamento alla miserabile società in cui viviamo ti ha portato avanti, ma senza una base solida non ci saresti mai riuscito.
Sei stato forte, Ron.
Tenace nel tenerti stretto l'ultima fiammella di moralità per impedirmi di spegnerla.
Mi sono sentito smarrito dal tuo ardore, invidioso del tuo desiderio di restare sulla terra, geloso dei vari affetti che sei riuscito ad attirare attorno a te nell'arco di poco tempo.
Sarà per la tua debolezza, sarà per il tuo carisma nascosto, non so, però hai sempre avuto qualcosa di magnetico.
L'amore è qualcosa di incomprensibile, ma se esiste un sentimento vagamente simile, credo di averlo provato nei tuoi confronti, o almeno una piccola parte di me vuole crederci.
Ah, potrei scrivere di tutto, ma ti conosco troppo bene, Ron, e so che non leggerai mai neppure una singola lettera di questo mio scritto.
Il tuo rancore ti porterà a liberarti di me fin nel più piccolo dettaglio, fino a scrostare la pelle e cancellare il mio passaggio per rendermi un vago alone passato.
Chissà, potrei sempre sbagliarmi e averti dato per scontato.
Tanto non lo scoprirò mai.
Come tu non scoprirai mai che, i miei discorsi finali, saranno stati soltanto il frutto di un'attenta recita imparata a memoria, qualcosa per concederti ancora una scena nel mio completo stile e di ciò che si può fare con la manipolazione della paura.
Sono pessimo, lo so, ma non patetico. Non come quei coglioni che, di punto in bianco, si stravolgono e indossano l'aureola, gettano al vento il proprio essere e subiscono una trasformazione così repentina, da far venire la nausea.
Morirò come sono; con la mia integrità.
E tu sarai il mio più bel ricordo, quando arriverà il momento di serrare le palpebre e appropriarmi nel riposo eterno.
Sarai l'ultimo volto che vedrò; l'ultimo ad avermi reso vivo; l'ultimo ad avermi insegnato cosa voglia dire lottare per qualcosa.
Addio, Aaron Baker.
Tuo per sempre - Steven Smith.
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Schiavo del Mio amore Malato
Aktuelle LiteraturQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
