-A testa alta.-

325 31 30
                                        

Fissando il paesaggio sfilare oltre il finestrino dell'autobus, Aaron si ritrovò a sorridere senza neppure accorgersene.
Percepiva ancora il calore di Aubrey sul suo corpo, i baci sulle labbra e il profumo inebriante nelle narici.

Gli era così mancato. In quelle settimane era stato come se avesse smesso di inalare bene l'aria in attesa della presenza del compagno e, dopo il loro incontro, fosse tornato tutto alla normalità, riempiendogli così tanto i polmoni da sentirli dolere di una fitta piacevole.
Avevano parlato ben poco, troppo impegnati a scambiarsi i reciproci sapori, a riscoprire quel tanto agognato angolo di paradiso nel quale si erano chiusi per l'intera notte.

Arrossì nel ricordare l'audacia di Aubrey, le sue dita esperte su di lui. Eppure non si era spinto oltre, ma avevano gustato assieme quel delicato intreccio fatto di respiri e tocchi intimi colmi di rispetto.
Purtroppo il motivo della loro separazione era ancora presente nella propria mente, però avevano scelto, quasi in sintonia, di accantonarlo e dedicarsi al presente.

Sarebbe giunto il momento, e Aaron lo sapeva: era riuscito a scorgere una solida comprensione nel profondo di quelle iridi in tempesta, in quel cioccolato solcato da onde di coscienza.
Sospirò al pensiero di affrontare quella situazione complicata, conscio delle sue scarse abilità da consigliere. Difatti, fin da piccolo, aveva imparato solo ad ascoltare e, soprattutto, a evitare contatti con le problematiche, scegliendo di defilarsi appena possibile.

Non poteva farci nulla: affrontare uno scoglio risultava troppo complicato da scalare a mani nude, e lui di certo non possedeva alcun attrezzo da usare.
Se ne avesse avuti, però, non avrebbe comunque sfidato l'autorità dei suoi genitori o di chi, approfittando delle sue debolezze, marciava sulla mancata autostima, proprio come alcuni compagni della sua città.

Abbassò le spalle e si accorse di aver mordicchiato il labbro inferiore fino a renderlo sensibile e pulsante.
Un codardo non si svegliava audace di punto in bianco, e Aaron sapeva di appartenere alla prima categoria, e se n'era ormai fatto una ragione.

Tirò fuori dalla tasca un fazzoletto pulito, lo accartocciò di modo che non si vedesse da fuori, e afferrò il tubo nei pressi delle porte. Stava sempre ben attento a non destare sospetti nella popolazione, nascondendosi tra la folla come un finto appartenente del ceto inferiore.
Se avessero notato il suo profondo disgusto per ogni dettaglio di quel luogo, non avrebbe avuto solo problemi a scuola, ma anche a girare per le strade.

Scese in fretta i gradini a si gettò oltre, la borsa ben incollata tra lo stomaco e la coscia e il passo frettoloso.
Da quanto tempo si trovava ormai in quel luogo? Quasi tre mesi, eppure non riusciva proprio a sentirsi tranquillo e dare fiducia a quegli sconosciuti.

Viveva con il terrore di un agguato, e senza i suoi amici accanto si sentiva esposto, come se qualcuno gli avesse scritto la verità dietro la schiena, e fosse quindi di dominio pubblico.
Fu quando intravide la struttura della scuola che lasciò andare il respiro trattenuto per l'intero tragitto.

Si sarebbe sentito più tranquillo con Aubrey al proprio fianco, ora che avevano ritrovato la loro intesa. Tuttavia, nel vederlo dormire beato sotto le coperte calde, il sorriso velato su quelle labbra perfette, aveva scelto di lasciarlo lì. Si era però premunito di scrivere un messaggio su un bigliettino, osando persino a scarabocchiare un paio di cuori in un minuscolo angolo della pagina.

«Come mai sorridi come uno stupido idiota?» lo canzonò Timothy avvicinandosi dall'altro lato, i capelli scarmigliati e gli occhi ancora gonfi di sonno.

Aaron si strinse nelle spalle e si limitò ad accentuare la smorfia. «E tu come mai sembri così stanco?» domandò, rafforzato dal profondo sbadiglio appena compiuto dall'amico.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora