Socchiuse gli occhi, avvolgendo il cuscino con entrambe le braccia.
Si sentiva riposato ma, allo stesso tempo, stanco.
Che ora si era fatta? Impossibile dirlo, la stanza era completamente avvolta nel buio.
La pioggia ticchettava sulla finestra, un suono ripetuto di gocce si disperdeva nell'aria come se stesse piovendo all'interno dell'abitazione.
Aggrottò la fronte e mosse la testa, tastando con le dita il cuscino.
Qualcosa non andava: era decisamente troppo scomodo e piatto, proprio come il resto del letto.
E poi... le lenzuola non profumavano del solito odore ed erano ruvide, quasi inconsistenti.
Dove si trovava?
Allarmato si guardò attorno e, con sgomento, notò di come non indossasse i suoi vestiti ma solo una maglia troppo larga per il proprio corpo esile e un paio di slip scomodi.
Ansimò, restando fermo in quella stanza che non sapeva di casa.
Fermo, ascoltò i suoni.
Silenzio.
Chiuse gli occhi e si portò le mani al volto, pigiando le palpebre con insistenza. Si lasciò scappare un rantolo di dolore e fissò una delle mani, il polso avvolto da una benda pesante, così stretta che non sentiva fluire il sangue.
Sebbene facesse davvero male, riusciva a muoverlo di poco e questo gli fece sperare che non fosse del tutto rotto.
Jacob.
Quel nome riaffiorò nella sua mente e il corpo reagì con un brivido. La nausea risalì la gola e si sforzò di non rimettere sul letto.
Lui gli aveva... non riuscì neppure a commentare quei gesti, tale il ribrezzo provato.
Si toccò la pelle e la sentì stranamente pulita.
Chi l'aveva aiutato?
Un suono sordo lo riscosse e volse di scatto la testa verso la porta.
Era agitato e scese dal letto, tastando se nel buio ci fossero i suoi effetti personali, senza però trovarli.
La luce illuminò la stanza e Aaron strizzò gli occhi, accecato da quello scoppio improvviso.
«Ti sei svegliato?»
Un tono familiare, un tono dolce; qualcosa di già provato e che gli aveva scaldato il cuore.
Si volse specchiandosi in quel mare colorato e infinito, caldo e rassicurante.
«Steven» mormorò arrossendo senza motivo, tirando giù la maglia in un tentativo di coprire le gambe nude.
Il ragazzo sorrise e si avvicinò fermandosi a qualche passo da lui. «Come ti senti?» domandò scrutandolo, e la forza che mise in quel gesto fece abbassare lo sguardo del moro.
Era troppo. Un magnete potente.
Annuì. «Meglio» sussurrò in imbarazzo. «Non avrei mai voluto darti questo disturbo, mi dispiace» si scusò sentendolo sbuffare piano.
«Non dire cazzate» rispose seccato e gli volse le spalle. «Ho fatto il possibile per pulirti, ma ti conviene fare una doccia. Mi raccomando, non bagnare le bende. Ti ho spalmato un unguento e devi lasciarlo assorbire, forse andrà meglio. Non prometto miracoli» proseguì svoltando l'angolo.
Aaron sbatté le palpebre. Doveva seguirlo o restare in quella stanza?
Non ne aveva idea.
Tutto quello che riusciva a pensare erano le mani di Steven sul suo corpo incosciente.
Il suo corpo nudo.
Il calore si espanse e ingoiò più di una volta per calmare il cuore che batteva.
Si avvicinò con timore alla porta e si affacciò, arricciando il naso.
Quella casa era peggio di tutto ciò che aveva mai visto in vita sua: lo sporco mangiava il soffitto e la muffa faceva da padrona sulle pareti; pezzi di intonaco giacevano in terra e una pila di giornali bagnati prendeva un angolo, la pioggia continuava a calare dall'alto bagnandola con prepotenza; alcuni vestiti erano attaccati agli stipiti delle porte e Aaron giurò di aver visto un paio di insetti intrufolarsi in un buco del battiscopa.
La stalla dei cavalli alla sua villa era messa decisamente meglio.
Deglutì e aprì maggiormente gli occhi.
Quello era solo il corridoio, come sarebbe stato il resto?
Si sentì male, un groviglio di agitazione e disgusto si alternavano nel proprio stomaco.
«Aaron?» lo chiamò Steven dal fondo del corridoio e lui prese un bel respiro.
Avrebbe fatto la doccia e se ne sarebbe andato.
STAI LEGGENDO
Schiavo del Mio amore Malato
General FictionQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
