Capitolo -7-

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Il mare, le onde, un gabbiano in lontananza, una voce dispersa.
Una semplice sensazione lontana, eppure reale.
Percepì un tocco sulla propria pelle, una carezza fresca, quasi gelida.
In fondo alla gola risalì un colpo di tosse, sembrò volergli aprire in due lo sterno, un fuoco vivo nei polmoni.

Faceva male in ogni angolo del corpo, lividi freschi.

«Steven.»

Il suo nome, un sussurro flebile.
Strizzò le palpebre e si decise ad aprirle di poco, la luce ferì le iridi e fu costretto a richiuderle.
Si espresse con un verso, provò a muoversi, eppure il dolore lo ancorò contro il letto, la fronte a sprofondare nel cuscino.
Provò ancora a dischiudere un occhio, adesso più lentamente della prima volta.

Scorse una figura accanto al letto dapprima indistinta, poi, col passare dei secondi, assunse un senso.
Si immerse in quelle iridi cineree fisse su di lui alla ricerca di un cenno di vita.
Distese le labbra, un mezzo sorriso triste.
In realtà aveva sperato di non svegliarsi, che il proprio animo pregno di oscurità smettesse di ricercare quel briciolo di respiro odiato.

E invece eccolo, vivo e vegeto, pronto a calcare di nuovo quel mondo che tanto lo nauseava.
Si schiarì la gola ed ebbe la sensazione che fossero passati anni dalla sua ultima parola pronunciata.

«Ron» rantolò e il ragazzo si accasciò sul suo stesso peso, tirando fuori un respiro flebile e sollevato.

«Pensavo non ti saresti più svegliato» rispose ingoiando e Steven proprio non lo comprese.

Perché era suonato quasi ansioso? Dopo quello che gli aveva fatto, il dolore, le botte, le violenze, Aaron Baker mostrava dei sentimenti positivi.
Non poteva.
Voleva vederlo gridare, sbraitargli contro, approfittarsi della sua patetica situazione fino a perdere il fiato a forza di parlare; tanto non gli avrebbe potuto fare nulla neppure volendo.

Con tutti i colpi del ferro sulla schiena, era complicato persino riuscire a prendere il respiro.
Il suo comportamento dolce lo fece arrabbiare così tanto da fargli stringere la mascella e sentire i denti slittare tra loro.

«Ti ho medicato, anche se non c'era molto in casa per disinfettare le tue ferite. Non è stato facile tirarti su, per niente» disse il moro mordicchiandosi il labbro, leccando poi una gocciolina di sangue impressa.

Il maggiore sbuffò e, inclinando di poco il mento, intravide delle bende sul petto, strette e ben fissate.
Troppo gentile, decisamente troppo.

«Perché sei rimasto?», lo attaccò con un ringhio, «te ne saresti potuto andare e lasciarmi crepare dissanguato su questo fottuto pavimento. Libero dalla tua costrizione.»

Aaron corrugò la fronte e sbatté le palpebre. Sviò lo sguardo per una manciata di secondi, poi tornò su di lui.
«Ci ho pensato, in verità» ammise sincero e le spalle tremarono di paura per la confessione. «Alla fine, però, sono un egoista, e questo lo sai e l'hai sempre saputo, e non mi è interessato davvero tenerti in vita, solo... non averti sulla coscienza. Perché così avrei saputo la ragione della tua morte e di non aver fatto nulla per impedirla» concluse senza vergogna.

Il vecchio Aaron, schietto e senza peli sulla lingua. Steven sorrise di più e non staccò l'attenzione dal suo viso, vedendolo infine indirizzare lo sguardo colpevole verso le proprie mani. Gli occhi un tripudio di sensazioni, un mare tempestoso, una miscela in fermento.

«Sono felice che tu l'abbia detto. Non credo alla cazzata di chi, seppur dopo tutto il male, continua ad aggrapparsi a una bonaria falsità. Tu mi odi, ma non tanto da corrompere il tuo futuro, ed è giusto così» constatò con un tono neutro.

Schiavo del Mio amore MalatoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora