Era trascorso tanto tempo, forse anche troppo.
Non seppe dirlo con precisione, la luce dalle finestre andava e veniva, sostituita dalla notte. Tuttavia, non gli importava.
Dal momento in cui aveva iniziato a gridare e a sbattere le mani contro il muro fino a vederle sanguinare, procurandosi poi dolore sul corpo a forza di graffiarsi, i suoi genitori si erano visti costretti a tenerlo legato per il suo bene.
Erano loro a pensare al suo sostentamento.
Mosse gli occhi nella penombra e sfiorò i contorni di quelle rudimentali corde attorno alle braccia, il cappio stretto contro la testiera del letto in modo da tenerlo lontano da ciò che avrebbe potuto indurlo a farsi del male.
Il suo crollo mentale era stato ben peggiore di tutti quelli mai visti.
Si morse forte le labbra e percepì un rivolo di sangue colare oltre il mento.
«Smettila» lo rimproverò suo padre fermo su una sedia a pochi passi da lui.
Aubrey strinse la mascella e sputò nella sua direzione, mancandolo.
«'Fanculo» disse con un ghigno divertito.
Jonas sospirò e sbuffò il fumo della sigaretta nell'altra direzione.
Aveva paura, un terrore nel profondo.
Suo figlio era stato complicato da tirare su dopo la morte di Jody e Mike, però non lo avevano mai visto cadere in quello stato. Sembrava come se ogni traccia di sentimento fosse scomparsa dal suo corpo, lasciando solo un involucro pieno di rabbia.
E se non lo avessero più riavuto indietro?
«Ometto, puoi farcela a superare questo momento» lo rassicurò con un sorriso, sebbene dentro di sé faticasse a credere alle sue stesse parole.
Possibile che quel giovane ragazzo chiamato Aaron gli fosse entrato così tanto nel cuore, da menare un fendente alla sua mente instabile?
Per Aubrey, essere messo davanti alla cruda realtà voleva dire entrare nella macchia di dolore ignorata sin da bambino. Il suo stesso istinto lo aveva messo in allarme, spingendolo a rifiutare un contatto con la famiglia.
Come dovevano agire?
Non lo sapeva.
Si chiese se non avessero sbagliato ad assecondarlo e prendere quelle bambole.
Sbuffò piano. Non avrebbero potuto fare altrimenti.
In passato Aubrey si stava sgretolando sotto la disperazione della perdita dei fratelli, arrivando a minacciare la sua stessa vita.
Si passò due dita sulle palpebre stanche. Lui e sua moglie facevano i turni per stare svegli e tenerlo d'occhio ogni minuto senza un attimo di tregua.
«Liberami, Jonas» ordinò il biondo agitandosi tra le corde, provò persino a morderle non riuscendo però ad arrivare al bordo, lanciandogli contro parolacce colorite e insulti pesanti.
«Non posso, piccolo» rispose con un sospiro, beccandosi di rimando un'occhiata furente.
Dov'era finito il suo dolce Aubrey?
Scomparso.
«Vuoi chiacchierare un po' con i tuoi fratelli?» propose e lo vide sgranare le palpebre e tremare vistosamente. Gettò fuori dei lamenti e singhiozzi senza lacrime mentre scuoteva il capo.
«Non posso, non posso» farfugliò strizzando gli occhi, poi spalancò la bocca e iniziò a urlare forte e a dimenarsi come se fosse posseduto.
Jonas strinse i pugni sulle cosce così forte da sentire i tendini tirare.
Ascoltò i passi di sua moglie nel corridoio e, un istante dopo, la vide spuntare dalla porta, l'espressione allarmata.
«Cosa succede?» chiese e il marito sospirò affranto.
«Niente», commentò, «semplicemente Aubrey» aggiunse senza riuscire a staccare gli occhi dal figlio, la mascella serrata.
Se solo ci fosse stato un modo per tornare indietro e riaggiustare il loro puzzle scomposto.
Rimasero entrambi fermi e impotenti, il cuore pieno di dolore e la tristezza a fare da padrona.
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Schiavo del Mio amore Malato
Fiksi UmumQuando qualcosa si rompe, il più delle volte è impossibile riportarlo alla sua forma originale senza intravedere ancora le sottili crepe della colla, una scalfittura nel materiale, un alone di troppo. Aaron Baker lo sa bene, costretto a lasciare gli...
