«L'esperienza è il nome che ciascuno dà ai propri errori.»
— Oscar Wilde
Eve
Distesi lentamente le braccia, ancora con gli occhi chiusi, e mormorai in segno di apprezzamento per il comodo letto che mi avvolgeva.
E dire che me lo ricordavo molto più scomodo, piatto e obsoleto.
Stropicciai gli occhi e mi misi a sedere, sorridendo.
Osservai l'ambiente intorno a me.
Dove cavolo sono?
Il mio sorriso morì sul nascere.
Guardai la stanza con maggiore attenzione e, come un fulmine, mi tornò in mente la sera precedente: Greice, il locale, gli alcolici... e poi il vuoto.
Mi liberai del lenzuolo bianco e, con sollievo, notai di essere ancora vestita, anche se indossavo una maglietta che emanava un profumo inebriante.
«Non può essere...» mormorai alzandomi lentamente dal letto.
Mi passai una mano sulla nuca, sentendo improvvise vertigini e una fastidiosa sensazione allo stomaco.
Non ero a casa mia.
Non ero nemmeno da Greice.
Quella maglietta era chiaramente maschile e l'arredamento lasciava intuire tutt'altro.
Notai una porta bianca accanto a un mobile in mogano e mi precipitai ad aprirla.
Era il bagno.
La colonia, il dopobarba e i prodotti per la barba confermarono definitivamente i miei sospetti.
Richiusi la porta di scatto e mi avvicinai con più cautela all'altra.
Uscii in punta di piedi e mi ritrovai in un lungo corridoio.
Guardandomi intorno vidi una scala che, probabilmente, conduceva al piano inferiore.
La percorsi lentamente e arrivai in un grande open space.
Iniziai a curiosare finché non notai un biglietto appoggiato sulla penisola della cucina, accanto a una colazione dall'aspetto decisamente invitante.
Mi sedetti su uno sgabello e aprii il foglio.
Buongiorno, Eve.
Sarai felice di ritrovarti nella casa del detective che odi tanto.
Ti ho lasciato qualcosa da mangiare e un'aspirina. Prendila.
Richiusi il biglietto.
Mi venne voglia di urlare dalla disperazione.
Cosa diavolo ci faccio a casa di Jake?
Iniziai a ricordare qualche frammento della sera precedente e tirai un sospiro di sollievo quando realizzai che non era successo nulla di compromettente.
«Bene, Eve... ci mancava anche questa.» bisbigliai.
Rabbrividii quando mi resi conto che, in quel preciso momento, avrei già dovuto essere in ufficio.
«Maledizione!» gridai.
Iniziai a correre per casa in cerca dei miei vestiti.
Mi cambiai in fretta, raccattai le scarpe e continuai a imprecare come una matta.
Mi assicurai di non aver lasciato nulla fuori posto e scappai fuori dalla villa.
Chiamai rapidamente un taxi e attesi con impazienza.
Controllavo l'orologio al polso ogni pochi secondi.
Quando finalmente arrivò, mi precipitai nel mio appartamento per darmi una sistemata veloce.
Chiamai Greice mentre mi allacciavo le décolleté nere.
«Pronto?» rispose.
«Greice, il capo è già arrivato?» chiesi senza girarci intorno.
«Tra... circa un quarto d'ora dovrebbe essere in ufficio. Dove sei?» concluse con un velato rimprovero.
«Non c'è tempo per spiegare. Te lo racconto quando arrivo!» dissi, riattaccando.
Schizzai fuori dall'appartamento e guidai fino all'imponente edificio.
Salii le scale di corsa, salutai con un cenno le guardie all'ingresso e mi precipitai verso l'ascensore che stava ormai chiudendosi.
«Un momento!» esclamai disperata.
Una gamba bloccò le porte appena in tempo.
Entrai sospirando.
«Grazie, lei non sa...» iniziai a dire ridacchiando.
Le parole mi morirono in gola.
Mi voltai e vidi che a tenermi aperto l'ascensore era stato proprio il mio capo.
Sono morta.
«Signorina Roberts, sta bene?» chiese osservando la mia espressione, che doveva essere quella di una persona sul punto di avere un infarto.
Mi riscossi e iniziai a ridere nervosamente.
«Certo, signor Jones! Sa... è alquanto buffo. Sono in ritardo per un valido motivo.» dissi alzando l'indice per dare enfasi alle mie parole.
Mi guardò con un'espressione vagamente perplessa.
Probabilmente si stava chiedendo perché gli stessi dando spiegazioni che non mi aveva nemmeno chiesto.
Ma ero troppo agitata per rendermi conto di quanto stessi risultando ridicola.
«Purtroppo ieri sera mi si è scaricato il telefono e questa mattina la sveglia non è suonata. Mi sono svegliata grazie a... al mio gatto.»
Scoppiai in una risatina nervosa.
Che cavolo ho appena detto?
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IL RICHIAMO DELLA ROSA
RomanceTra passato e immortalità, il destino non concede seconde possibilità. Eve Roberts conduce una vita apparentemente ordinaria. Lavora come editor in una prestigiosa casa editrice e cerca di lasciarsi alle spalle il dolore per la morte del padre e il...
