Capitolo 59

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«La prudenza è la miglior parte del coraggio.»
— William Shakespeare

«Eve... svegliati.»

La voce di mia madre mi raggiunse come un sussurro lontano.

Mugugnai qualcosa di incomprensibile e aprii lentamente gli occhi.

Un violento capogiro mi costrinse a richiuderli per un istante.

Quando la vista tornò nitida mi guardai attorno, confusa.

Ero distesa sull'erba, vicino alla riva di un fiume.

«Jake?» sussurrai.

Nessuna risposta.

Voltai il capo e, qualche metro più in là, lo vidi riverso sulla sponda, immobile.

Il cuore mi balzò in gola.

Mi alzai a fatica e, barcollando, raggiunsi il suo corpo.

Mi inginocchiai accanto a lui.

«Jake?» ripetei, questa volta con più forza.

Lo scossi delicatamente per una spalla.

Dopo qualche secondo gemette appena e aprì gli occhi.

Mi fissò con aria confusa.

«Dove siamo?» sussurrò.

«La corrente ci ha trascinati fino alla riva.» risposi osservando la fitta vegetazione che ci circondava. «Non vedo altro che alberi.»

Jake si mise lentamente seduto, ancora ansimante.

«Dobbiamo muoverci.» tossicchiò. «Ci serve un posto dove nasconderci finché le acque non si saranno calmate.»

Seguii il suo sguardo.

Tra gli alberi intravidi il tetto di una piccola costruzione.

«Là!» esclamai indicando un cottage seminascosto dalla vegetazione.

Sembrava abbandonato.

Le pareti erano rovinate dal tempo e l'erba alta arrivava quasi alle finestre.

Entrammo con cautela, pronti a ogni eventualità.

Dopo aver controllato ogni angolo tirai un sospiro di sollievo.

Eravamo soli.

«Potremmo restare qui per qualche ora.» suggerii.

Jake annuì.

Si avvicinò a due sedie coperte da vecchi lenzuoli impolverati e li strattonò via.

Una nuvola di polvere invase immediatamente la stanza.

Iniziai a tossire.

Il cottage era piccolo ma accogliente.

C'era una minuscola cucina con un vecchio fornello ormai inutilizzabile e un frigorifero arrugginito.

All'estremità opposta della stanza si trovava un letto a baldacchino.

Al centro, invece, un camino in pietra con davanti due sedie e un piccolo divano.

Sul camino erano appoggiate alcune fotografie incorniciate.

Ne presi una.

Ritraeva una coppia di anziani sorridenti.

La donna aveva un'aria elegante e raffinata.

L'uomo, invece, sembrava il classico cowboy: cappello a tesa larga, stivali consumati e camicia di jeans.

Ridacchiai.

Erano l'esatto opposto l'uno dell'altra.

Eppure...

Dalla fotografia sembravano amarsi profondamente.

«Ti diverte quella foto?» domandò Jake.

Mi voltai.

Era stravaccato sul divano con le braccia incrociate dietro la testa.

Mi osservava con un sopracciglio inarcato e il solito sorriso saccente.

«Stavo solo facendo un pensiero stupido.» risposi appoggiando la cornice al suo posto. «Piuttosto... raccontami di te. Come sei finito in quel laboratorio?»

Jake sospirò.

Distolse lo sguardo e fissò il soffitto.

«Ricordo poco.» ammise. «Stavo tornando a casa dopo il turno quando una decina di quei rimbambiti mi ha teso un'imboscata.»

Mi portai una mano alla bocca per trattenere una risata.

«Beh... tanto rimbambiti non erano, visto che sono riusciti a sedarti e a trascinarti in un laboratorio senza che te ne accorgessi.»

Jake socchiuse gli occhi.

Per un attimo sembrò valutare seriamente se strangolarmi.

«Ti consiglio di tenere a freno quella boccaccia insolente...» disse con calma inquietante. «...o potrei offrirti come dono a quei pazzi in cambio della mia libertà, piccola purosangue.»

Roteai gli occhi.

«Certo. E io dovrei crederci.»

Non rispose.

Continuò semplicemente a fissarmi con quell'aria divertita che iniziavo a conoscere fin troppo bene.

Mi voltai verso il letto a baldacchino.

Nonostante il tempo trascorso sembrava ancora perfettamente sistemato.

Mi lasciai cadere sul materasso.

Fortunatamente resistette.

Dalla tasca della giacca estrassi le dieci fiale recuperate nel laboratorio.

Le osservai controluce.

Il liquido rossastro al loro interno era attraversato da minuscole bollicine che gli conferivano un aspetto quasi innaturale.

Rabbrividii.

Era incredibile pensare che quelle piccole fiale contenessero l'unico antidoto capace di neutralizzare un veleno letale per un vampiro.

«Principessa...» borbottò Jake senza nemmeno guardarmi. «Se non vuoi romperle, ti consiglio di smetterla di giocarci.»

Sbuffai.

Riposi con attenzione le fiale nella tasca interna della giacca di pelle.

Poi alzai lo sguardo.

Io ero distesa sul letto.

Lui sul divano.

E, nonostante tutto quello che avevamo appena passato, continuava ad avere quell'insopportabile espressione soddisfatta stampata sul viso.

IL RICHIAMO DELLA ROSALa tua prossima ossessione. Scoprilo ora