Capitolo 44

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«L'umorismo è semplicemente un altro modo di essere seri.»
— Peter Ustinov

«Milady!»

Aprii lentamente gli occhi e mi ritrovai Joséphine seduta accanto al letto con un vassoio d'argento pieno di dolci e una tazza fumante.

«Buongiorno.» Mormorai ancora assonnata.

Lei mi sorrise con dolcezza.

«Spero abbiate riposato bene.»

Annuii distrattamente e presi la tazza.

«C'è lo zucchero?»

Joséphine mi fissò senza capire.

«Lo... cosa?»

«Lo zucchero.»

La donna rimase interdetta.

«Milady, è già dolcificato con il miele.»

«Ah.»

Bevvi un sorso.

«Non è male.»

Mi alzai dal letto e iniziai a stiracchiarmi.

Joséphine spalancò gli occhi.

«Milady!»

«Che c'è?»

«Una dama non... si allunga in quel modo.»

Mi bloccai con le braccia ancora alzate.

«Davvero?»

«Sì.»

«Che vita triste.»

La donna sembrò sul punto di svenire.

«Milady, oggi avete un incontro con alcune nobildonne.»

«Fantastico.»

Sospirai.

«Non vedevo l'ora di parlare del tempo.»

Joséphine non colse l'ironia.

«Sono certa che sarà una conversazione molto piacevole.»

«Ne dubito.»

Entrai nell'enorme salone.

Cinque donne vestite con abiti sontuosi si alzarono in piedi.

«Lady Roberts.»

Fecero tutte un elegante inchino.

«Ciao ragazze!»

Alzai una mano per salutarle.

Nessuna rispose.

Continuavano a fissarmi.

«Che c'è?»

Silenzio.

Una tossicchiò.

«Milady...»

«Sì?»

«Non... non si saluta così.»

«E come si saluta?»

La donna fece un altro inchino.

«Ah.»

Provai a imitarla.

Persi l'equilibrio e finii addosso a una poltrona.

«Ops.»

Le cinque nobildonne trattennero un urlo scandalizzato.

«Milady, desiderate del tè?»

«Volentieri.»

Presi la tazza.

La portai alle labbra.

Soffiai.

Ne bevvi un sorso.

«Molto buono.»

Le donne mi fissavano come se avessi appena bestemmiato.

«Cos'ho fatto?»

Una di loro deglutì.

«Una dama aspetta che venga servita per ultima.»

Guardai la tazza.

«Troppo tardi.»

Il pranzo fu ancora peggio.

«Milady...»

«Sì?»

«La forchetta.»

«Che ha?»

«Va tenuta con l'altra mano.»

Cambiai mano.

«Così?»

«No.»

Cambiai di nuovo.

«Così?»

«Nemmeno.»

Sospirai.

«Da dove vengo io basta non infilarsela nell'occhio.»

Silenzio.

Un silenzio lunghissimo.

Joséphine chiuse gli occhi come per pregare.

Terminato il pranzo uscimmo nel giardino.

Vidi una panchina.

Mi sedetti accavallando una gamba sull'altra.

Joséphine impallidì.

«Milady!»

«Ancora?»

«Le dame... non accavallano le gambe.»

Le rimisi dritte.

«Contenta?»

«Molto.»

Dopo due secondi tornai ad accavallarle.

Lei sospirò.

«Perché fate questo?»

«Perché è comodo.»

Passeggiando notai un bambino intento a rincorrere una palla di pezza.

«Passamela!»

Lui me la lanciò.

La colpii con il piede.

Partì come un proiettile.

Attraversò il giardino.

Sfiorò il cappello di un nobile.

Finì dentro una fontana.

Il bambino scoppiò a ridere.

Il nobile no.

«Milady...» balbettò Joséphine. «Cos'era quel gesto?»

«Una cosa chiamata calcio.»

«Calcio?»

«Sì.»

«Non ne ho mai sentito parlare.»

«Fra un paio di secoli andrà parecchio di moda.»

Lei mi guardò completamente confusa.

«Milady... oggi dite davvero cose incomprensibili.»

Sorrisi.

Forse vivere nel 1795 non sarebbe stato così terribile.

A patto di smettere di scandalizzare chiunque incontrassi.

Anche se...

dovevo ammettere che le loro facce sconvolte erano tremendamente divertenti.

IL RICHIAMO DELLA ROSALa tua prossima ossessione. Scoprilo ora