Suonai il campanello. Si trattava di una vecchia casa in stile vittoriano, un po' trascurata ma per nulla spaventosa.
Chissà se mi ritroverò davanti una vecchietta con dei biscotti caldi in mano ad accogliermi che, di notte, come secondo lavoro fa la spacciatrice, pensai mentre la porta si apriva lentamente.
Una donna sulla trentina, minuta e piena di tatuaggi mi si parò davanti e la osservai attentamente.
Anche se per telefono sembrava molto più paurosa, dal vivo mi sembrò una normale donna di casa o in carriera, con un certo fascino dato dai tanti tatuaggi e un viso abbastanza gradevole. Niente a che vedere con me, che se mi avessero rinchiuso in un programma televisivo per cambiarmi look, persino il regista se ne sarebbe andato.
«Sei la figlia di quel vecchio decrepito?» chiese con un pizzico di odio e fastidio.
Prima poteva anche starmi simpatica, ma in quel momento avrei voluto prenderla per i capelli e cambiarle pettinatura.
«Quel vecchio decrepito ha un nome, comunque sì.» risposi usando lo stesso tono.
Si spostò leggermente, lasciandomi il giusto spazio per entrare, e lo feci senza farmelo ripetere due volte. All'interno la casa era meno accogliente di quanto sembrasse da fuori: era piena di bottiglie d'alcol vuote, mozziconi di sigaretta, tappeti bruciati dalle sigarette e avanzi di cibo sul tavolino del soggiorno.
Direi il modo perfetto per accogliere qualcuno in casa, pensai mentre mi fermai al centro del salotto, aspettando che mi dicesse dove sedermi.
Non mi fidavo molto di appoggiare i miei jeans su uno di quei vecchi divani, che avevano l'aspetto di non essere mai stati puliti e, quindi, probabilmente puzzavano anche. Dio solo sapeva cosa fossero quelle macchie gialle che li ricoprivano.
Mi fece un cenno verso la poltrona e sospirai. Meglio del divano, sicuramente.
Mi sedetti sulla poltrona mentre lei prese una lattina di birra dal tavolino e si buttò sul divano, stendendo le gambe sul tavolino.
Strinsi i braccioli di legno della poltrona e, inaspettatamente, uno si staccò, lasciandomi il pezzo di legno in mano, mentre lei mi osservava quasi divertita dalla mia espressione inorridita.
Cercai di rimetterlo a posto, ma non ne volle sapere e andai subito nel panico.
E se adesso mi uccide perché le ho rotto la poltrona? pensai, aspettando che facesse una qualsiasi mossa.
«Lascialo pure per terra, quel rottame è da buttare, non ti preoccupare!» esclamò ridendo mentre sorseggiava la birra dalla lattina.
«Se lo avessi saputo non mi ci sarei appoggiata.» tentai di giustificarmi, senza sapere nemmeno il perché.
«Passerotto, dove sei?»
Una voce maschile catturò la mia attenzione. Sbucò un uomo da una camera con addosso soltanto un paio di boxer.
Girai la testa d'istinto, anche perché mi faceva proprio schifo vedere come certi uomini lo sventolassero come una bandiera.
«Gioia, sono con una piccoletta, aspettami in camera.» gli disse, per poi concludere con un occhiolino.
Che poi, io piccoletta?
«Allora, andiamo dritte al sodo!»
Appena l'uomo se ne andò, la donna lanciò la lattina dietro di sé come se ci fosse un cestino in cui fare canestro e mi rivolse un sorriso di circostanza.
«Tuo padre aveva un debito con me. Non sono stata io a ucciderlo, ma so chi potrebbe essere stato...»
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IL RICHIAMO DELLA ROSA
RomanceTra passato e immortalità, il destino non concede seconde possibilità. Eve Roberts conduce una vita apparentemente ordinaria. Lavora come editor in una prestigiosa casa editrice e cerca di lasciarsi alle spalle il dolore per la morte del padre e il...
