Capitolo 43

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«La storia non si ripete, ma spesso fa rima.»
— Mark Twain

«Milady, vi sentite bene?»

Una voce calma e gentile mi strappò ai miei pensieri.

Continuavo a guardarmi intorno senza capire dove fossi finita.

Era impossibile.

Sembrava di essere stata catapultata in un'altra epoca.

«Con me state parlando?» domandai confusa.

L'uomo davanti a me, dai lunghi capelli castani e vestito con abiti che sembravano usciti da un dipinto del Settecento, corrugò la fronte.

«Con voi, Milady. Avete un colorito estremamente pallido.»

Sbuffai.

«Per l'amor del cielo, smettila di chiamarmi Milady. E dammi del tu.»

L'uomo impallidì all'istante.

Abbassò il capo in un profondo inchino.

«Non oserei mai prendermi una simile confidenza. Sono al vostro servizio e non mi permetterei mai un tale privilegio.»

Lo fissai incredula.

«Signor...»

Attesi che completasse la frase.

«Hughes, Milady.»

Inspirai profondamente.

«Signor Hughes...»

Deglutii.

«In che anno siamo?»

L'uomo sembrò interdetto dalla domanda.

«Milady... siamo nell'anno del Signore 1795.»

Sentii il terreno mancarmi sotto i piedi.

Il respiro si fece irregolare.

No.

Era impossibile.

«Io credo che...»

La vista si annebbiò.

Il mondo iniziò a girare.

«Milady!»

Fu l'ultima cosa che sentii prima che il buio mi avvolgesse completamente.

«Jasper, santo cielo!»

Una voce femminile mi raggiunse da molto lontano.

«Eravate con Lady Roberts e non vi siete accorto che stava male?»

«Joséphine, quando l'ho accompagnata in città era perfettamente in salute.» rispose l'uomo. «È impallidita all'improvviso.»

Tentai di aprire gli occhi.

Una fitta alla nuca mi costrinse a richiuderli.

«Si sta svegliando!»

La voce femminile era molto più vicina.

Con fatica riuscii finalmente ad aprire gli occhi.

Davanti a me trovai una donna sulla sessantina che mi osservava con sincera preoccupazione.

Accanto a lei c'era Jasper.

Mi guardai lentamente intorno.

Ero sdraiata in un enorme letto a baldacchino.

La stanza sembrava appartenere a un palazzo reale.

«Milady...» disse dolcemente la donna. «Vi sentite meglio?»

Provai a rispondere.

Ne uscì soltanto un suono incomprensibile.

Continuavo a guardare ogni dettaglio della stanza, incapace di capire cosa stesse succedendo.

«Milady...» intervenne Jasper. «Vi ricordate chi siete?»

Scossi lentamente la testa.

Entrambi si irrigidirono.

Si scambiarono uno sguardo preoccupato.

«Desiderate qualcosa?» domandò ancora Jasper.

Scossi nuovamente il capo.

Lui sospirò.

«Vi lasceremo riposare.»

Fece un altro inchino.

«Con permesso.»

Joséphine lo seguì.

Quando la porta si chiuse alle loro spalle balzai immediatamente giù dal letto.

Indossavo una lunga camicia da notte bianca che arrivava fino alle caviglie.

I miei capelli erano completamente sciolti.

Chi mi aveva cambiata?

Mi avvicinai lentamente alla porta.

Dall'altra parte sentii le loro voci.

Appoggiai l'orecchio.

«È più grave di quanto pensassi.» sussurrò Joséphine.

«Dobbiamo chiamare il medico.»

Fece una pausa.

«Immagino già la reazione di sua signoria quando scoprirà che sua moglie ha perso la memoria.»

Sgranai gli occhi.

Sua moglie?

Di chi stavano parlando?

«Andrà su tutte le furie.» rispose Jasper. «Sai bene come diventa quando perde il controllo.»

Mi allontanai lentamente dalla porta.

Il cuore batteva all'impazzata.

Chi era questa donna di cui avevano parlato?

E soprattutto...

ero davvero io?

Un improvviso bruciore alla gola interruppe i miei pensieri.

La fame.

Una fame feroce.

Mi voltai verso lo specchio.

Le mie iridi stavano assumendo una sfumatura cremisi.

La pelle era diventata ancora più pallida.

Le mani iniziarono a tremare.

Avevo bisogno di sangue.

Subito.

Mi voltai verso la finestra.

Dava su un immenso giardino avvolto dall'oscurità.

La spalancai con cautela.

Mi arrampicai sul davanzale.

Con un balzo raggiunsi la tettoia sottostante e da lì atterrai sul prato.

«Ahia...» sussurrai massaggiandomi una caviglia.

Ripresi subito a correre.

L'odore del sangue arrivò quasi immediatamente.

Era intenso.

Ipnotico.

Lo seguii d'istinto.

Pochi istanti dopo intravidi una carrozza trainata da due cavalli percorrere lentamente il sentiero.

All'interno sedevano due persone.

Riuscivo a sentire il sangue pulsare nelle loro vene.

Perfino il cocchiere aveva un battito che sembrava rimbombarmi nella testa.

Le mie pupille si dilatarono.

Gli incisivi si allungarono lentamente.

«Oh, signor Bosworth...» rise una donna dall'interno della carrozza. «Siete davvero un adorabile impertinente.»

Sorrisi involontariamente.

La fame prese il sopravvento.

Era ora di nutrirmi.

IL RICHIAMO DELLA ROSALa tua prossima ossessione. Scoprilo ora