«Il coraggio non è l'assenza della paura, ma il trionfo su di essa.»
— Nelson Mandela
«Dannazione, Eve. Vuoi smetterla di farti paranoie?» mormorai a me stessa mentre camminavo tra la folla lungo la strada principale.
Me ne ero andata da poco dal locale e mi innervosivano tutti: la gente, me stessa, Jake... e il mio fottuto bisogno di pensare a lui.
Nella fretta, proprio come qualche ora prima, andai a sbattere contro qualcuno.
Mi sfuggì un lamento di dolore e mi voltai verso il colpevole.
«Ancora tu?» strillai, dimenticandomi immediatamente della botta.
Il ragazzo che mi era venuto addosso qualche ora prima era di nuovo davanti a me, con il suo solito sorriso malizioso e tremendamente irritante.
«Veramente sei tu che continui a ostacolare il mio cammino. Non ti hanno insegnato a non rivolgere la parola agli sconosciuti?» mi prese in giro.
Ebbi una gran voglia di tirargli contro il tacco a spillo che indossavo.
Per fortuna il mio lato razionale prevalse e inspirai profondamente per calmarmi.
«A mai più, coglione!» esclamai sorridendo.
Mi voltai per andarmene, ma il suo braccio mi afferrò, costringendomi a tornare davanti a lui.
«Prima che te ne vada...» mormorò pensieroso. «Come fai a parlare con tanta disinvoltura?»
Lo guardai come se gli fosse spuntato un occhio in mezzo alla fronte, alternando lo sguardo tra il suo viso e la mano che stringeva con forza il mio braccio.
«Dimmi che è un fottuto scherzo.» borbottai.
Mi strattonò fino a portarmi a pochi centimetri dal suo viso.
Istintivamente inclinai la testa all'indietro per allontanarmi da quella vicinanza eccessiva.
«Tu non mi conosci.» mormorò all'improvviso.
Sul suo volto comparve un'espressione inquietante che mi fece corrugare la fronte.
«E direi... per fortuna.» risposi, cercando inutilmente di liberare il braccio.
I suoi occhi si fissarono nei miei.
La presa si fece ancora più forte, tanto da farmi gemere per il dolore.
«Per tua sfortuna... mi conoscerai adesso.» sussurrò.
Oh, cazzo.
«Tu... non può essere vero...» balbettai, tentando ancora di divincolarmi.
«...tu non sei reale. Sto sognando. Ero nel locale, ho bevuto più del solito. Tra poco mi sveglierò nel mio letto.» farfugliai.
Il suo petto fu scosso da una risata.
Si avvicinò lentamente al mio viso, per poi abbassarsi verso il collo.
«Mh... avresti un sapore così buono. Chissà se a letto sei così indomabile.»
«Lasciala stare.»
I miei occhi si spalancarono.
L'uomo che mi stava trattenendo era stato scaraventato contro il muro.
Qualcuno gli stringeva il collo con una sola mano.
Quel qualcuno era Jake.
«Tu?» sussurrai incredula, ancora sotto shock.
«Cosa te ne importa di quella sgualdrinella?» ringhiò con fatica l'uomo. «La vuoi condividere...?»
La frase si interruppe in un lamento quando la presa di Jake si fece ancora più salda.
«Ti conviene sparire dalla mia vista se non vuoi che ti stacchi la testa e la appenda nel mio salotto come souvenir, Baron.» rispose Jake con voce bassa e gelida.
Lasciò improvvisamente la presa.
Baron si massaggiò il collo, riprendendo lentamente fiato.
Prima di allontanarsi mi rivolse un'ultima occhiata maliziosa, poi sparì tra la folla.
Io rimasi immobile.
Per tutto il tempo non ero riuscita a fare nulla.
Sentivo ancora addosso il fiato viscido di quell'uomo.
Jake si voltò verso di me.
Mi osservò attentamente, come per assicurarsi che non fossi ferita.
Quando si accorse che stavo bene, almeno fisicamente, il suo volto sembrò rilassarsi.
«Eve, come ti senti?» chiese avvicinandosi.
Si chinò davanti a me.
Ero seduta sul marciapiede gelido, con le gambe strette al petto.
Alzai lentamente lo sguardo e incontrai i suoi occhi.
Fu in quell'istante che capii una cosa.
Vicino a lui...
Mi sentivo al sicuro.
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IL RICHIAMO DELLA ROSA
RomanceTra passato e immortalità, il destino non concede seconde possibilità. Eve Roberts conduce una vita apparentemente ordinaria. Lavora come editor in una prestigiosa casa editrice e cerca di lasciarsi alle spalle il dolore per la morte del padre e il...
