«Il coraggio non è l'assenza della paura, ma la decisione che qualcosa è più importante della paura.»
— Ambrose Redmoon
«Ma che cosa stai dicendo, Jake?» ringhiai.
Lui mi lanciò un'occhiata colma di diffidenza.
Non rispose.
Si limitò ad analizzare rapidamente la stanza.
«Dove ci hanno portati?» domandò, ignorando completamente le mie parole.
Sbuffai esasperata.
«Jake, hanno rapito anche me. Non so dove siamo e non avevo la minima idea che fossi qui.»
Per qualche secondo continuò a fissarmi.
Poi la tensione nelle sue spalle diminuì leggermente.
«Dobbiamo uscire di qui prima che ci uccidano.»
Annuii.
Per fortuna, entrando nella stanza, avevo bloccato la porta con una sedia trovata poco distante, impedendole di richiudersi completamente.
Uscimmo nel corridoio senza fare rumore.
Cominciammo a correre sfruttando tutta la nostra velocità.
Non avevamo fatto molta strada quando un dolore improvviso mi esplose nella schiena.
Urlai.
Mi voltai.
Una freccia era conficcata poco sotto la scapola.
«Bene, bene...» disse una voce divertita. «Bonnie e Clyde pensavano davvero di poter scappare.»
L'uomo che ci aveva rapiti uscì lentamente dall'ombra.
Tra le mani stringeva una balestra.
Sorrise soddisfatto.
«Eve...» disse con tono quasi gentile. «Hai esattamente un'ora prima che il veleno raggiunga il cuore e riduca il tuo corpo a un mucchio di ossa.»
Poi rivolse lo sguardo a Jake.
«Vale lo stesso per te, Clyde.»
Jake serrò la mascella.
«Stai mentendo.»
L'uomo scoppiò a ridere.
Si avvicinò lentamente.
Solo allora notai che anche Jake era stato colpito.
Dal foro aperto sul petto il sangue continuava a scorrere senza sosta.
«Potete tentare la fuga...» continuò il cacciatore. «Oppure tornare volontariamente nelle vostre stanze.»
Alzò teatralmente un dito.
«Vi somministrerò l'antidoto.»
Io e Jake ci scambiammo uno sguardo.
La scelta era semplice.
Scappare significava morire entro un'ora.
Restare ci avrebbe dato almeno una possibilità.
Pochi istanti dopo due uomini armati ci raggiunsero.
Venni ricondotta nella stanza da cui ero fuggita.
Immaginai che avessero fatto lo stesso con Jake.
La porta si aprì nuovamente.
Entrò un'infermiera.
Il camice bianco sembrava più una divisa aderente che un abito da lavoro.
Spingeva un carrellino pieno di strumenti.
«Bene, tesoro.» cinguettò. «Ti consiglio di stare ferma mentre ti somministro l'antidoto.»
Prima ancora che potessi reagire mi immobilizzò di nuovo con robuste cinghie.
Questa volta bloccò persino il torace.
La osservai attentamente.
Ogni movimento.
Ogni gesto.
Prese una siringa già riempita di un liquido trasparente.
Spinse leggermente lo stantuffo.
Una goccia uscì dall'ago.
Sentii lo stomaco chiudersi.
Da bambina avevo sempre avuto il terrore degli aghi.
A quanto pare, nemmeno l'immortalità era riuscita a farmelo passare.
L'infermiera si avvicinò.
Affondò l'ago nel mio braccio senza alcuna delicatezza.
Strinsi i denti.
Mi rifiutai di darle la soddisfazione di sentirmi urlare.
Pochi secondi dopo estrasse la siringa.
La ripose sul carrello.
«Perfetto.» sorrise. «Buona permanenza, tesoro.»
Uscì richiudendo la porta.
Attesi qualche istante.
Poi iniziai nuovamente a tirare le cinghie.
Il dolore ai polsi era insopportabile.
Continuai.
Sempre più forte.
Le vene sembravano esplodere.
Crack.
Le fasce cedettero.
Balzai giù dalla barella.
Ripensai immediatamente al tastierino numerico della porta.
Avevo memorizzato il codice mentre mi riportavano nella stanza.
Digitai rapidamente:
3487.
Per un interminabile secondo non accadde nulla.
Poi il display diventò verde.
Click.
La serratura si sbloccò.
Uscii nel corridoio.
Mi guardai intorno.
Raggiunsi la stanza dove avevano rinchiuso Jake.
Sbircai attraverso il piccolo vetro.
Vuota.
Il cuore accelerò.
«Jake...» sussurrai.
Nessuna risposta.
Iniziai a percorrere i corridoi cercando il laboratorio.
Dovevano averlo portato lì.
All'improvviso due mani mi afferrarono.
Una mi coprì la bocca.
L'altra mi trascinò con forza nell'angolo più buio del corridoio.
Tentai di liberarmi.
«Ssh...» sussurrò una voce familiare. «Sono io.»
Jake.
Mi rilassai all'istante.
Quando mi voltai verso di lui, il cuore ebbe un sussulto.
Il suo volto era coperto di lividi.
Il labbro spaccato.
La camicia era lacerata e macchiata di sangue.
«Che cosa ti hanno fatto?» sussurrai.
Lui afferrò il mio polso.
«Dopo.» disse con tono deciso.
Mi trascinò fuori dall'ombra.
«Adesso non abbiamo tempo di raccontarci la giornata.»
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IL RICHIAMO DELLA ROSA
RomanceTra passato e immortalità, il destino non concede seconde possibilità. Eve Roberts conduce una vita apparentemente ordinaria. Lavora come editor in una prestigiosa casa editrice e cerca di lasciarsi alle spalle il dolore per la morte del padre e il...
