Bea ha una passione: l'hockey. Dopo essere stata infortunata, il suo unico obiettivo è riprendere da dove aveva lasciato e ottenere la qualificazione nella nazionale femminile di hockey. Killian è il nuovo arrivato, distaccato, freddo e... irresisti...
Entro da Garl's verso le sette e mezza. Non so nemmeno se sono in anticipo o in ritardo, visto che ho scritto un messaggio a Bea, ma non ho ricevuto nessuna risposta.
Controllo un'ultima volta il cellulare, riponendolo in tasca dopo aver costatato che è rimasto ancora lì, non letto.
«Hey, Mark», saluto, avvicinandomi al bancone.
«Carter, che ci fai qui?» Domanda il vecchio barbuto e proprietario di questo posto. «Straordinari?»
«No, oggi è martedì, lo hai dimenticato?»
Ride. «Lo so, ragazzo.» Posa il bicchiere che stava pulendo e poi mi indica con un cenno di capo la pinta alla sua destra. «Te ne posso offrire una?»
«No, grazie.» Di solito non bevo alcolici durante la settimana, appunto per non abbassare le mie prestazioni fisiche l'indomani mattina. «Stavo cercando Bea Evans...»
«Oh, la piccola Evans?»
Annuisco. «Merda, se n'è andata, vero?»
«Sì, dieci minuti fa. Era con quel tipo ricciolino della squadra di Football», rivela tranquillamente. E quindi se ne sono andati via insieme? Non capisco. «Sono usciti da quella porta, lei mi è sembrata un po' giù di morale. Di solito si ferma sempre a scherzare...»
«Mark, amico! Porta le tue mani d'oro da questa parte, bello!» Chiama un signore dall'altra parte della sala, interrompendolo.
«Arrivo, Todd!»
«Va' pure», dico tranquillo. «Grazie, Mark. Ci vediamo domani.»
Alza il capo in segno di saluto. «Non fare tardi, ragazzo, sai che per darti quei turni notturni ho dovuto fare il diavolo a quattro.» Ne sono a conoscenza e gliene sono grato.
Colton il tipo che faceva i turni notturni non ama i cambiamenti, tantomeno che gli si vengano modificati i piani. È un ragazzo strano, ma da quello che mi ha detto Mark, studia al mattino e ha un progetto di ricerca da portare al termine, motivo per cui lavora la notte.
Mi dispiace avergli rubato quei turni, ma a me servono i soldi e se voglio portare Bea a cena fuori e nel frattempo far coincidere tutte le mie spese mensili, devo fare in modo di averli.
Esco dal locale poco dopo e ripesco il cellulare dalla tasca del pantalone.
ME: Mi dispiace aver fatto tardi...
ME: Va tutto bene?
Invio gli ultimi due e mi fermo, perché potrei risultare troppo oppressivo. Non avrei voluto nemmeno mandarli, ma dopo quello che ha detto Mark sullo stato di Bea, l'unica cosa che provo ora è confusione. Stamattina era felice: è guarita e finalmente potrà ritornare a giocare. Era il suo obiettivo, giusto? Quindi non me ne capacito.
Spero solo non c'entri qualcosa quell'articolo che ha fatto uscire la sua amica o anche solo qualcosa riguardante quel Vincent.
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L'Uber mi lascia dall'altra parte della strada. Scendo dopo aver ringraziato e guardo andare via la Prius nera, quando noto una Tesla bianca familiare, fermarsi nei parcheggi del palazzo mattonato di fronte a me.
La zona dove abita Bea con le sue amiche, è considerata una delle più vecchie qui nel campus, ma anche una delle più rinomate. Trovare un appartamento libero è del tutto impossibile, motivo per cui molti studenti fanno richiesta ogni anno, soltanto per dire di essere anche loro usciti da qui. Per molti viene considerato il quartiere della fortuna, mentre per me, solo il posto dove abita Bea.
Mi affretto a superare la strada e lei a scendere dalla sua auto.
«Bea.»
Si gira, dopo aver chiuso lo sportello. «Hey, Kill.»
«Ti ho mandato un messaggio. Stai bene?»
Aggrotta un attimo la fronte, poi dice: «Oh, scusa, dev'essermi morta la batteria dopo aver lasciato Garl's con Vin.»
«Vin? Il tuo ragazzo Vin?»
Piega leggermente la testa, alzando poco dopo gli occhi al cielo. «Non è il mio ragazzo, tantomeno il mio ex», spiega tranquilla. «Per caso sei geloso?» Non lo so... un po', forse?
«No.»
Sorride. «Bene.»
«Ero passato da Garl's», decido di rivelarle. Se forse se ne fosse dimenticata, è stata lei a invitarmi per bere qualcosa.
«Sì, scusa, ho riaccompagnato Vin a casa. E ad essere sincera, non è che mi andava molto di festeggiare.»
Annuisco, per poi domandare: «Qual è il problema?»
«Niente, è solo... non è il momento giusto ora.»
La guardo confuso. «Non è il momento giusto per cosa?»
«Tutto.» Sospira. «Senti, è stata una giornata pesante, vorrei solo andare a fare una doccia e studiare. Ho un esame tra non molto...»
Sta cercando di liquidarti, idiota.
«Okay.» Non posso far altro che guardarla e annuire. Ho capito. Non è il momento giusto per me, per il resto. Ora ha il suo obiettivo da raggiungere e quindi da come aveva anticipato, non avrebbe tempo da dedicare ad altro: me e qualsiasi cosa mi sia passata per la testa.
Avrei dovuto saperlo. Ma va bene così.
«Be', ci sentiamo», mormora, prima di allontanarsi verso l'entrata del palazzo.
Mi giro, scuotendo la testa deluso. Va bene, se è quello che vuole. Ma prima di sorpassare la strada, mi volto di nuovo verso la sua direzione.
«E quindi è così che funziona?» Domando confusamente irritato.
Lei si gira verso di me. «Cosa?»
«Sei guarita, hai fatto miglioramenti sul ghiaccio, la tua coach ti ha ripresa in squadra e quindi io non ti servo più, giusto?»
«Andiamo, Kill, lo sapevi che prima o poi sarebbe finita.» Certo, lo sapevo dal primo giorno che accettò il mio aiuto.
«Non sto parlando solo della parte sportiva, Bee.»
Resta ferma a guardarmi. Giurerei di aver sentito il suo fiato mozzarsi, quando ha realizzato cosa intendevo. «Te l'ho detto. Non sono per le cose serie», riesce a dire.
«Non lo sai.»
«Ho le mie priorità, come tu hai le tue...»
«No, sai cosa? Hai ragione, non è il momento giusto», interrompo prima che mi dia un'altra delle sue spiegazioni. Non mi serve comunque. Non mi serve girare intorno a un qualcosa che era palese fin dall'inizio. «Ci si vede in giro, Bee.»
La lascio lì, andando via.
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