BEA
La busta è ancora tra le mie mani.
Non riesco a smettere di guardarla, come se a forza di fissarla potesse svelarmi il suo contenuto. L'ho anche girata un paio di volte, inclinata sotto la luce della lampada del comodino, come fanno gli agenti dell'FBI nei film quando trovano una prova importante.
Spoiler: non ha funzionato.
Il logo della Federazione Nazionale Canadese di Hockey sul ghiaccio, meglio conosciuta come Canadian Hockey Association mi perfora la retina da così tanto tempo, che potrei disegnarlo a occhi chiusi ormai.
Sì, potrei farlo, e forse anche dargli un restyling: è così noioso, ma anche spaventoso.
Mi ringrazierebbero sicuramente.
Ma resta spaventoso. Intendo, solo per me.
Non credo che un'altra giocatrice di hockey, all'arrivo di una busta del genere, se ne stia chiusa in camera sua, seduta sotto le coperte -nemmeno se mi stessi nascondendo dalla Dea Karma, per non farmi vedere felice prima che lei cambi il corso della mia vita- con una ciotola mezza piena di gelato tra le gambe, che ogni tanto mangio, lasciandomi andare ad un suono sottile comunemente chiamato lamento.
Già. Perché sicuramente nessuna di loro ha da combattere ogni santo giorno con il peso di prendere dei calmanti, soltanto per far passare il senso di oppressione che provo dentro.
L'ansia mi sta uccidendo, ma in questo momento le sto dando io il potere di farlo.
Eppure non riesco ad aprire la busta che continua a tremarmi tra le mani. Ho paura. Dio, solo lui sa quanto me la stia per fare addosso. E con il cuore che batte a mille, non so quanto ancora riuscirò a resistere.
Se non mi avessero convocata? Improbabile, se non impossibile. Dannazione ho una lettera tra le mani, per forza sono stata convocata. Non è una selezione dove si fa domanda e poi si riceve la risposta per posta.
Non è una delle tante Università che non mi ha ammesso per la mia media disastrosa. Questo è l'hockey, ciò significa che se ho ricevuto una cosa del genere, vuol dire che sono stata chiamata in Nazionale.
Ecco, convocata.
La mia paura è sempre stata la mia più grande ambizione. E fare pace con il mio cervello è un po' complesso, ma di base ho sempre saputo che se un domani fossi stata convocata, avrei avuto a che fare con qualcosa più grande di me.
Perché ogni cosa è al di sopra delle mie aspettative e io non lo merito.
Andiamo! Ci sono ragazze più preparate di me, molto più forti e capaci, ma soprattutto delle vere e proprie campionesse.
Perché dovrebbero aver scelto me?
Ormai sono passata oltre al «Sei una giocatrice di talento.» Perché sono consapevole che era solo una delle tante stronzate motivazionali che ti dicono quando devono spezzarti il cuore con grazia.
Sbuffo e mi lascio cadere all'indietro sul letto, con la busta ancora stretta tra le dita.
Magari potrei semplicemente non aprirla mai. Tipo Schrödinger con il gatto, ma versione 'Io con la nazionale di hockey.'
Eppure mi sento una codarda ora. Quasi un'impostora alle prese con il terrore della realizzazione del proprio desiderio. Perché diciamocela tutta, non è che quando si realizzano i sogni si ha un percorso di sola salita, felicità, pace e amore, farfalle e unicorni che scorrazzano indisturbati nella propria collina di sole e arcobaleni. No, anzi, se ne ha uno di totale discesa, senza casco e con quella terribile paura di non poter frenare le emozioni, prima dell'impatto: la consapevolezza della notizia.
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THE PUCK PROMISE
RomansaBea ha una passione: l'hockey. Dopo essere stata infortunata, il suo unico obiettivo è riprendere da dove aveva lasciato e ottenere la qualificazione nella nazionale femminile di hockey. Killian è il nuovo arrivato, distaccato, freddo e... irresisti...
