Bea ha una passione: l'hockey. Dopo essere stata infortunata, il suo unico obiettivo è riprendere da dove aveva lasciato e ottenere la qualificazione nella nazionale femminile di hockey. Killian è il nuovo arrivato, distaccato, freddo e... irresisti...
Quando Killian entra in casa, resto in silenzio, ferma a fissarlo dalla cucina, cercando di capire cosa prova e se è il caso di farmi avanti ora o meno.
Ha l'aria di essere nel bel mezzo di una lotta interiore e l'espressione vacua. Come se anche solo un respiro potesse romperlo in mille pezzi. Dio, sa solo lui cosa sta passando in questo momento.
Mi raggiunge in cucina poco dopo. Prende un bicchiere dalla dispensa, lo riempie con dell'acqua, beve, e per un secondo ho la speranza sciocca che quel gesto banale, quella piccola normalità, possa rimetterlo insieme.
Ma non succede.
Appoggia il bicchiere sul ripiano e resta immobile a fissare il vuoto.
Senza dirgli niente gli vado dietro e lo abbraccio, e lui di tutta risposta, posa una mano sulla mia.
«È giusto così, tesoro», sussurro in tono lieve.
«Mi sento come se fossi rimasto da solo», ammette tristemente.
«Non sei da solo.»
«E invece sì», dice in tono tremante. «Non ho più nessuno.» Le ultime parole le strascina, quasi come se stesse reprimendo le lacrime.
«Hai me», gli ricordo.
Annuisce, abbassando poco la testa in avanti, segno che forse, dopotutto, anche lui ha avuto il coraggio di lasciarsi andare e buttare fuori ogni cosa accumulata.
Gli poso una mano sulla nuca, per poi accarezzarlo. «Va tutto bene. Hai me, Jack, Mad, Stella e Gerald.» Non sei più da solo, Kill.
«Sì, hai ragione.»
Lo stringo più forte. Mi si spezza il cuore vederlo stare male in questo modo. Forse è scontato, ma Killian non ha mai mostrato questo lato fragile con me, e penso che non lo abbia fatto con nessun altro. Ha sempre avuto a che fare con situazioni più grandi di lui. Ha sempre pensato a tutti e si è sempre preoccupato per tutti.
È cresciuto prima del previsto e il risultato ora è questo: un ragazzo che fa fatica ad esternare i propri sentimenti, sentendosi in imbarazzo davanti alla propria ragazza.
«Almeno hai appurato che quel vecchietto è tuo padre», tento di ironizzare. Lui ride, scuotendo la testa. «Puoi sempre dargli la colpa di tutto, sai? Quando non riesco in qualcosa, io do la colpa ai miei genitori.»
«Ci credo che lo fai. È proprio da te», ridacchia.
«Gli dico 'È colpa vostra, voi mi avete nata così' e loro la prendono a ridere.» Già. Non è tanto, ma almeno sono riuscita a farlo sorridere.
Killian tira su con il naso, per poi voltarsi verso di me un po' a disagio. Ha gli occhi rossi e le lacrime che non smettono di scendere.
Non fa storie quando con il dorso della mano, gli asciugo le gocce che gli rigano il viso.
Tuttavia, non si risparmia a ribattere divertito: «Semmai dovessi dire una cosa del genere a Dunn, non penso che riderebbe. Quell'uomo non è proprio l'emblema della felicità.»
Sorrido. «È vero, ma da qualcuno avrai anche dovuto prendere, no?»
Lui aggrotta la fronte, posando le sue mani sui miei fianchi. «Hey, io sorrido», dice sicuro. Non so che intenda con sorridere dato che la maggior parte delle volte ha sempre quell'espressione seria e impostata sul viso, ma glielo lascio pensare.
Piego leggermente la testa e gli do un colpetto sul petto: «Sì, certo, dillo pure a te stesso.»
Dopodiché mi raggomitolo tra le sue braccia e dopo qualche minuto di silenzio, gli sento dire in tono basso e sincero: «Grazie, Bee. Davvero.»
«Nessun problema», rassicuro.
«Non so se senza di te, avrei avuto il coraggio di farlo.» Prende aria. «Volevo solo che tu lo sapessi.»
Annuisco comprensiva e per il resto dell'ora non facciamo altro che restare abbracciati.
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