Bea ha una passione: l'hockey. Dopo essere stata infortunata, il suo unico obiettivo è riprendere da dove aveva lasciato e ottenere la qualificazione nella nazionale femminile di hockey. Killian è il nuovo arrivato, distaccato, freddo e... irresisti...
Strattono il tossico che mi ha derubato, dentro al banco dei pegni dove ha portato la mia collanina.
Per i soldi non c'è stato nulla da fare, ma sono riuscito a riavere indietro il mio portafogli. Quando grazie all'aiuto di mamma l'ho trovato in una casa abbandonata, ansimante e con una siringa penzolante dal braccio, l'unica cosa che mi è venuta in mente di fare è stata quella di caricarmelo sul Pickup e portare entrambi alla ricerca della collanina.
Non ero sicuro che volesse dirmi dove fosse. Ma prima di arrivare qui, l'ho sistemato per le feste, affinché la smettesse di dirmi bugie e aprisse la bocca per dirmi la verità.
All'ultimo pugno dove il suo naso ha fatto crack, ha deciso di considerare l'opzione più plausibile per lui e indicarmi il banco dei pegni dove è venuto a vendere la roba che ha rubato in casa mia.
È stato anche molto comprensivo, dato che se non avesse fatto uscire la collanina, avrei seriamente preso in considerazione l'idea di ucciderlo.
Non mi interessa passare la vita in galera, se quella collanina significa tanto per la mia ragazza.
«Avanti, parla», ordino, una volta fermi davanti la signora dietro al bancone.
«Ho... ho dato una collanina... ti prego...»
Alzo gli occhi al cielo quando sento i suoi piagnucolii. «La verità», ordino intransigente.
«Ho rubato una collanina...»
La donna dai corti capelli neri da dietro al bancone, annoiata guarda prima lui e dopo me, per poi sospirare e chiedere: «A che ora sei venuto?»
«Io... io non... non lo ricordo...»
Sbuffa e scrive qualcosa al computer, per poi girarsi e controllare dentro delle scatolette, finché non ne prende una e mi mostra la collanina di Bea: in oro e con un ape come ciondolo.
«È-è questa!» Esclama felice e sollevato. Si gira verso di me, ma quel sorriso dura poco, dato che si rabbuia subito dopo aver visto il mio sguardo cupo e minaccioso. «È q-questa... posso andare ora?»
Punto i miei occhi sulla commessa. «Quanto viene?»
«Settecento dollari.» Merda. Merda. Merda, cazzo!
«A quanto l'ha venduta?» Chiedo poi inespressivo.
«Cento cinquanta dollari.»
Sbuffo stanco. Dio, mamma.
«Te li ridarò, davvero, ma per favore... per favore...»
Mamma? Mi giro costatando che mia madre non è accanto a me. Porto subito a rassegna il piccolo banco dei pegni, girandomi freneticamente.
È scappata.
Ma è quando impreco, che la vedo entrare a viso coperto con la pistola che aveva il tossico accanto a me e gridare: «Mani in alto o sparo.»
Perché cazzo la mia vita non può andare mai per il verso giusto?
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