79. FALLIRE È UMANO

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KILLIAN


Inserisco le chiavi nella serratura e giro, sistemandomi il borsone sulle spalle e varcando la soglia della porta dell'appartamento di Bea.

Sono le tre del pomeriggio e le ragazze mi accolgono con un sorriso gentile sul viso, prima di sentire un: «Killian.»

«Madelyn, Stella», saluto, guardandomi intorno.

«Bea è in camera sua», mi annuncia la prima, mentre insieme alla sua migliore amica, sono alle prese con quelli che sembrano dei biscotti. Sicuramente per quando arriverà tra pochi giorni la famiglia della mia fidanzata.

Bea ha voluto invitarli per la finale del Frozen Four e in un certo senso sono contento che l'abbia fatto. Un po' di svago le farà bene, visto il Try-Out da affrontare la prossima settimana.

Sono passati cinque giorni dal funerale di mia madre. Due da quando ho ricominciato a prendere in mano la mia vita.

I primi tre li ho trascorsi ad allenarmi sul ghiaccio come un automa. Nessuno mi domandava il perché passassi tutte quelle ore in palestra, o dietro ad un puck. Ma non serviva dar loro risposte. Sapevano la motivazione, visto che erano con me quando ho seppellito mia madre.

Erano con me, quando l'ho perdonata.

O almeno, ci ho provato. Perché il perdono non è un interruttore. È più simile a una fune sottile che ti si attorciglia intorno al cuore ogni giorno, e devi decidere se lasciarla lì o iniziare a scioglierla.

Quindi sì, di base è inutile chiedersi perché sfogo la mia rabbia in una pista da hockey, anziché affrontare il lutto come una persona normale fa.

Ecco, a proposito, come si affronta normalmente il lutto?

Peter dice che ci vuole del tempo, ma lui tendenzialmente ci ripone sempre le sue speranze: 'il tempo guarisce', 'il tempo aggiusta ogni cosa'.

Io invece penso che il lutto non si supera, semmai ci si impara a convivere. E talvolta quella convivenza è asfissiante e deleteria.

Specialmente quando il dolore è il tuo coinquilino e la rabbia è la sua fidanzata antipatica.

Tuttavia, mi sto dando del tempo. Che è un altro modo per dire che sto galleggiando sopra il dolore con la speranza di non annegare.

E la mia ancora di salvezza è una ragazza dagli occhi blu che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani con la parte peggiore di me.

Bea è la cura.

Suona troppo melodrammatico, forse troppo schifosamente dolce e 'zuccheroso' come direbbe lei. Ma davvero. La mia fidanzata è la cura a tutto.

Nessuno mi capisce. Cristo, nemmeno Peter a volte. Ma non è l'amore in sé a guarirmi. No. È il suo sorriso accogliente e le sue labbra che hanno appena impattato sulle mie, una volta aver messo piede dentro la sua stanza.

«Sono in chiamata con Michelle, la mia terapeuta», mi avvisa velocemente, prima di sedersi di nuovo sulla sedia girevole della scrivania.

Mi volto verso lo schermo del suo Macbook, accennando un saluto con la mano alla donna sulla cinquantina, dai corti capelli grigi e gli occhi castani che vengono sovrastati da spessi occhiali viola.

«Ciao, Michelle. Scusa per l'interruzione.»

«Killian, nessun disturbo. Come va? Bea mi ha detto che stai continuando la terapia con Peter.»

Annuisco. «Sì, bene, sono appena ritornato da una delle sedute.» Non so se mi disturba dialogare apertamente di questa cosa con la terapeuta di Bea, o no. Insomma, ci avrò parlato si e no una mezza volta, per sbaglio, quando una delle tante mattine ero ritornato a casa dagli allenamenti e avevo trovato la mia ragazza sdraiata sul mio letto, con il suo iPad tra le gambe, mentre conversava con Michelle tranquillamente, e già allora la invidiavo per il rapporto che avevano.

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