47. UNA TESTA DI CAZZO

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KILLIAN


Mi avvicino alla balaustra e scaravento il mio bastone contro la barriera, per poi entrare dentro la panchina, togliermi i guanti e sfilare il paradenti dalla bocca.

«Stai andando bene, rilassati», mi ordina il coach, mentre prendo posto accanto ai miei compagni di squadra.

Mi siedo, sotto lo sguardo vigile di Dunn, piegandomi sui gomiti e osservando attentamente i miei compagni mantenere la difensiva.

Ho talmente tanta di quell'adrenalina ora, che se il coach dovesse schierarmi in un cambio preso all'ultimo minuto del secondo tempo, sicuramente porterei a casa anche il quinto goal.

Siamo 4-3 per noi, tre dei quali sono miei e la partita ancora non è chiusa.

«Sei incazzato?» Sento chiedere distrattamente alle mie spalle. Quella domanda proviene dal coach. E sì, sono incazzato: la mia ragazza ha mandato dei soldi a mia madre e mi sento un fottuto idiota per averle permesso di farlo. Cazzo, pensavo che le avesse solo scritto qualcosa alla Bea Evans del tipo 'Dopo te li mando' o magari 'Tra un'ora te li do' soltanto per tenerla buona.

E invece no.

La mia ragazza ha inserito i dati della sua carta di credito nel mio Venmo account e ha pensato bene di inviare a mia madre 250$.

Come se non bastasse, ora ho un vago senso di colpa che mi attanaglia l'anima e devo subito restituire a Bea quei soldi, altrimenti non riuscirò nemmeno a guardarla in faccia.

Non voglio la carità da Bea. Tantomeno sentirmi dire in pista da un ex compagno di squadra del Michigan quanto scopabile sia la mia ragazza. Mi sono anche trattenuto, perché so che questo genere di cose è comune nell'hockey: confondere l'avversario giocando con i suoi sentimenti.

È comprensibile. L'ho fatto anche io un sacco di volte in precedenza, senza mai toccare le madri o le fidanzate degli altri. Ma c'è un limite da non varcare con me, altrimenti poi divento un animale affamato. Il genere di nemico a cui non si vuole fare la guerra.

«Carter, va' a sfogarti un po'», ordina il coach, chiamando un cambio durante il settimo minuto del terzo tempo e indicandomi la pista.

Annuisco serio, mi alzo dalla seduta e afferro il bastone che mi passa gentilmente uno degli assistenti del coach.

Scavalco la balaustra e mi aggiusto bene il caschetto, pattinando velocemente e prendendo posizione.

Scavalco la balaustra e mi aggiusto bene il caschetto, pattinando velocemente e prendendo posizione

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Esco dagli spogliatoi per ultimo. Mi sistemo il borsone in spalla e cammino lungo il silenzioso e ombroso tunnel, fino ad arrivare all'uscita.

Non ho ancora nemmeno acceso il cellulare e ora come ora, l'unica cosa che vorrei fare è arrivare a casa, buttarmi sul divano, farmi una birra e seguire le statistiche della partita alla televisione.

C'è solo un problema e no, non è la ragazza dai lunghi capelli castani con addosso la mia maglia, seduta sul retro del cassone del mio Pickup, ad aspettarmi. Il problema è che se vado a casa, dovrò sorbirmi la festa post-vittoria di oggi e se ancora non si è capito, non sono un festaiolo.

«Sei ancora arrabbiato?» Mi domanda Bea, accennando un sorriso.

Prendo le chiavi dalla tasca, rispondendo inespressivo: «Il sorriso per?»

«Niente, mi piace quando sei incazzato.»

«Sai il motivo o...?»

«Tesoro, per favore, se non ti conoscessi, penserei di aver anche solo avuto modo di conoscerti in passato.»

Mi volto verso di lei confuso.

«Stai bene?» Mi domanda infine. Il tono di voce cambia, anche il suo sguardo si affievolisce.

Faccio la mia classica scrollata di spalle. «Un po' indolenzito, ma nulla di ché.»

Bea annuisce. L'attimo dopo scende dal cassone, parandosi davanti a me e allungando la mano verso il dorso del mio naso. «Dovresti mettere un cerotto. Stai perdendo sangue.»

La fermo dal polso prima che possa toccarmi. «Ti restituirò i soldi.»

«No.»

«Sì.»

Rimane con il suo sguardo serio. «No.»

«Guarda che possiamo andare avanti all'infinito, Bee.»

Bea sorride. «Avanti, allora.»

Alzo gli occhi al cielo e lei scosta la mano dalla mia presa. «Siamo una coppia, no? E che tu lo voglia o no, è così che funziona tra due persone che stanno insieme, Kill.»

«Ah! Quindi ora siamo una coppia», dico ironicamente irritato.

Il suo sguardo si incupisce. «Sì e che ti piaccia o no, è così che va. Si discute e si ci aiuta a vicenda.»

«No, così è come tu vuoi che vada.»

Aggrotta la fronte irritata. «Avresti fatto la stessa cosa per me a parti inverse, Kill!»

«Perché io sono un uomo, Bea!» Le urlo contro. «Sono il tuo cazzo di uomo e non voglio la carità dalla mia ragazza!»

«C-carità?» Fa confusa, allontanandosi poco da me, quasi come se l'avessi spinta in qualche modo. «Quindi, fammi capire», ridacchia istericamente. «Se mi aiuti tu, è perché sei un uomo, il superman della situazione, e invece se la tua ragazza ti aiuta è perché è una femmina e quindi ti fa la carità? È così?»

Sospiro lentamente, mantenendo uno sguardo serio.

«Va bene», mormora lei, annuendo. «Ti ho inviato il biglietto aereo tramite email. Parto fra tre giorni. Fammi sapere se ti va di venire a conoscere i genitori di Madre Teresa, Clark Kent.»

Mi passo una mano in faccia, quando la vedo girarsi e andare verso la sua macchina.

«Bea», chiamo per fermarla, ma lei continua a camminare. «Dai, vieni qui.»

Sbuffo e lei entra nella sua Tesla, per poi lasciare subito il parcheggio.

Sono una testa di cazzo.

Sono una testa di cazzo

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