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Imagine Dragons, Radioactive

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Nonostante a circa metà strada riesca più o meno ad orientarmi, per qualche ragione non mi va di rinunciare subito alla compagnia di Harry, e perciò lascio che mi accompagni per tutto il tragitto, fino al ciglio della strada che delimita il bosco, dove poi ci fermiamo, l'uno di fronte all'altra.

I nostri sguardi si incrociano immediatamente, ma lui abbassa quasi subito il suo, mentre infila le mani nelle tasche dei pantaloni dei jeans scuri, ed io faccio lo stesso, sentendomi un po' in soggezione.

"Allora ciao" esordisce lui, leggermente in imbarazzo, per interrompere il breve silenzio.

Si volta con l'intento di andar via, ma fa in tempo a muovere solo pochi passi prima che io lo fermi di impulso.

"Aspetta, mh... vuoi entrare?" propongo imbarazzata.

Sul suo volto non compare alcuna espressione e dalle sue labbra non esce alcun suono per un tempo che mi sembra infinito. Mi sento immediatamente una stupida per aver tirato fuori questa ridicola proposta.

"Non... non importa" mormoro, pentendomene immediatamente.

Ma che diavolo mi prende? Che cosa mi è saltato nella testa? Perché non tengo mai la bocca chiusa e parlo senza freni? Comunque lui è la prima persona con cui riesco a farlo, a parlare liberamente, e, in generale, non so dire se sia un bene oppure no.

"Se tu vuoi" mormora dopo un po'. Sulle sue labbra prende forma un piccolo sorriso, mentre sulle sue guance fanno capolino le fossette, il che riesce a rilassarmi un po'.

Attraverso in silenzio la strada e la costeggio per pochi metri, prima di arrivare a casa mia, mentre Harry mi segue in silenzio.

Constato con sollievo che mio padre non è ancora tornato dal lavoro, quindi entro usando le chiavi di scorta nascoste in un vaso sul davanzale della finestra del salotto, situata accanto all'ingresso. Non mi preoccupo granché che Harry ora sappia dove le teniamo, lui mi ha mostrato il suo posto, il ruscello, in confronto questo non ha poi molta importanza.

Sorrido leggermente quando Harry mi fa cenno di entrare per prima, e così faccio, quindi entra anche lui e richiude la porta alle sue spalle.

Sono un po' in imbarazzo per il silenzio che regna nell'atrio, ma Harry non sembra farci caso, impegnato com'è a guardarsi intorno.

Il rumore dei suoi anfibi a contatto con il parquet scandisce ogni suo passo, mentre cammina lentamente in giro per l'atrio, fermandosi di tanto in tanto ad osservare qualcosa che lo colpisce. Prima un quadro appeso al muro che raffigura un paesaggio marino, poi altri oggetti e dettagli a cui non faccio caso, ed infine il mobiletto con le foto posto di fronte all'ingresso.

Lo vedo lottare invano per trattenere un sorriso divertito, alla vista di una foto di me a sei anni seduta sulla spiaggia, che io ho sempre considerato imbarazzante. Considero imbarazzanti quasi tutte le mie foto, in realtà.

"Carina" commenta scherzosamente, poi sposta l'attenzione su altre in cui sono in montagna, oppure accanto a opere d'arte o reperti storici nei musei, e da lì iniziamo a ridere per le mie facce buffe, mentre gli racconto qualcosa degli eventi immortalati nelle foto.

Di quando a otto anni visitai l'Egitto, di cui mi è rimasta una foto dove faccio la linguaccia alla Sfinge, oppure di quel viaggio in montagna a dieci anni la cui destinazione è cambiata all'ultimo minuto e per pura casualità, o ancora del viaggio a Roma a quindici anni, l'ultimo trascorso con la mamma, e anche l'ultimo in generale.

"E poi?" chiede Harry alla fine. "Ti sei stancata di fare foto?"

Sorrido amaramente. "No, è che ho smesso di viaggiare."

"Perché? Dev'essere bello poterlo fare" osserva lui. "Sai, vedere il mondo..."

"Io non ne ho mai avuto la possibilità" aggiunge poi in un sussurro, forse ammettendolo più a sé stesso che a me.

"Ma hai tutta la vita davanti" osservo, cercando il suo sguardo.

Lui abbassa il suo per un momento, come se gli fosse balenato nella testa qualcosa di tutt'altro che positivo, e per un attimo temo di aver detto qualcosa di sbagliato, ma si riscuote quasi subito, facendomi ricredere... o quasi.

"Già" mormora semplicemente, cercando invano di nascondere una nota di malinconia nella voce. "Ma parlavamo di te. Com'è che hai smesso con i viaggi?"

Faccio spallucce, non sapendo bene come rispondere alla sua domanda. "Non è più capitato, tutto qui, poi mia madre se n'è andata, quindi..." farfuglio confusamente.

Lui annuisce. "Almeno tu hai potuto conoscerla..." dice piano, mentre osserva una foto che immortala me, Edward, mamma e papà tutti insieme sorridenti.

"Sì, e avrei preferito non farlo mai, sapendo com'è andata" dico duramente, ma la voce mi trema un po'.

La ferita che ha lasciato la sua perdita - o meglio, il suo abbandono - è ancora aperta, e fa dannatamente male. Se n'è andata quando avevo più bisogno di lei, le cose si sono fatte difficili e lei ha semplicemente tagliato la corda. Per quanto mi possa mancare, la odierò per sempre per questo.

"Io non l'ho mai conosciuta mia madre" dice lui piano. "È morta mettendomi al mondo."

A questa sua affermazione non so cosa rispondere; so per esperienza che un misero 'mi dispiace' di circostanza non migliora le cose, e anzi le può anche peggiorare, perciò mi limito a guardarlo in silenzio.

È lui a interromperlo improvvisamente quando i suoi occhi si posano su una foto in particolare, e per un attimo mi sembra che un lampo di inquietudine gli attraversi lo sguardo.

"Lui chi è?" chiede piano, così seguo il suo sguardo per scoprire che è puntato sulla foto di mio fratello.

Il ricordo di lui minaccia di tornare a galla nella mia mente, portando con sé tutto il dolore, e faccio appello a tutte le mie forze per evitare che ciò accada. Ma non posso fare a meno di tenere lo sguardo fisso sulla foto per più tempo di quanto vorrei, e alla vista del suo sorriso e della luce nei suoi occhi chiari, è come se degli artigli freddi e affilati si stringessero intorno al mio cuore. E dio, fa davvero male.

"Edward" dico in un sussurro, mentre gli occhi iniziano a bruciarmi. "Mio fratello."

Lui continua a tenere lo sguardo fisso sulla foto, come se cercasse qualche somiglianza con qualcuno, e questo mi ricorda il modo in cui mi guardava in libreria la prima volta che ci siamo incontrati.

"Che cosa gli è successo?" chiede lui, con un tono così pacato e delicato che per un attimo riesce a infondere calma anche a me.

Odio anche soltanto pensarci, figuriamoci parlarne, ma il fatto che lui mi ha mostrato quel posto nel bosco che per lui sembrava così speciale ai miei occhi lo fa sembrare dovuto, in qualche modo.

"Ha avuto un incidente" riesco a dire, abbassando lo sguardo mentre mi sforzo di trattenere le lacrime che minacciano di scendere.

"I freni non funzionavano più e-" Mi interrompo di colpo, pensandoci su. Non gli ho mai detto che gli è successo qualcosa. "Come lo sai?" domando incerta.

Per quanto cerchi di nasconderlo, noto chiaramente che la mia domanda lo ha messo in difficoltà. "Che vuoi dire?" chiede a sua volta.

"Di Edward, che è... non te l'ho mai detto" spiego puntando i miei occhi nei suoi, e provando una strana ed inspiegabile sensazione nel petto nel farlo.

Il contatto dura poco, perché Harry sposta quasi subito lo sguardo prima di rispondere. "L'ho... intuito."

"Come?" insisto sempre più sospettosa.

Lui sposta lo sguardo dal mio, prima di rispondere. "Prima, quando mi hai parlato di Hannah..."

Annuisco con la testa. Per quanto la sua spiegazione sia più che plausibile, per qualche ragione non riesco a scacciare la fastidiosa sensazione che ci sia dell'altro, qualcosa che non vuole o non può dirmi. Di nuovo.

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