9:00 a.m
Samantha entra nella cella e mi sveglia. Anzi lei pensa di svegliarmi, ma non ho chiuso occhio tutta la notte. Mi metto seduta sul letto e mangio la mela che Samantha mi ha portato. Poi esce dalla stanza per andarmi a prendere un camice pulito. Mentre la porta sta per chiudersi, mi alzo dal letto con un balzo e corro verso essa. Faccio giusto in tempo a mettere la mano tra la porta e il muro prima che si chiuda. La riapro lentamente e mi avvicino alla camera di fronte alla mia. Lui è lì, a fissarmi dalla finestrella, con un sorriso sgembo stampato in faccia.
- Evans.-
Dice.
- Clifford.-
Rispondo.
- Ti vedo in gran forma.-
Dice sarcasticamente vedendo le mie occhiaie e i miei capelli neri arruffati.
Lo guardo con apatia. Quel ragazzo mi rende così nervosa quando sono con lui.
Ci fissiamo per un paio di minuti. I suoi occhi verdi sono calmi e mi trasmettono sicurezza. I miei occhi invece sono diventati blu. Ho paura. Mi restano queste ultime 24 ore e poi comincia il vero inferno.
La sue mani sono poggiate sulle due piccole sbarre della finestrella. Mi avvicino di più alla sua porta e alzo la mano destra per poi avvolgerla intorno alla sua. Faccio la stessa cosa con l'altra mano. Le sue mani sono fredde come neve e le mie invece sono calde come il fuoco.
Schiude le sue labbra rosee e continua a guardarmi. Faccio un altro passo in avanti. Solo la porta ci separava. Nonostante l'odio a primo impatto per quel ragazzo, c'era qualcosa in lui che mi attirava. Qualcosa che mi spingeva a stare vicina a lui. Qualcosa di eccitante. Credo.
Sono attratta da lui, ecco. Sentiamo in lontananza i tacchi di Samantha rimbombare nel corridoio. Mi ripiglio da quello stato di trans e giro la testa a destra. Michael inizia a parlare, ma non lo guardo, continuo a guardare il corridoio per vedere quando arriva Samantha.
- Alison, ricorda: tutto quello che hai fatto lo hai fatto per un motivo. Tutto. Ogni persona che hai uccisa, l'hai uccisa per un motivo ben preciso. Ricordalo.-
2:00 p.m
Mi hanno tenuta per tre ore in una stanza. Mi stavano osservando. Ero come in gabbia. Ho fatto tutto ciò che sembrava normale: ho girato per la stanza, mi sono sdraiata sul letto, ho cercato di aprire la porta, ho fissato la telecamera e poi mi sono seduta a terra. Credo siano queste le cose che fanno le persone normali. Dopo ho mangiato e ora mi tocca fare la prima seduta dallo psichiatra.
Entro nella stanza e trovo due sedie una di fronte all'altra. La finestra a pochi metri davanti a me, illumina la stanza. Mi avvicino alla finestra per vedere il paesaggio, ma appena metto le mani sul vetro, la tapparella automatica scatta facendomi spaventare. È tutto buio e non mi muovo, poi sento un rumore e la luce flebile di una lampadina illumina parzialmente la grande stanza ricoperta di scritte. Cammino con le mani al muro leggendo le varie scritte.
'Non cercare di scappare. Siamo in gabbia e la libertà ci hanno negato.'
'La pazzia è relativa, chi stabilisce la normalità?
Ci sono tanti disegni che rappresentano scene di omicidi, di suicidi, di solitudine, di pazzia. Ci sono anche scarabocchi e lettere scritte senza un senso logico.
-Signorina Evans, manca solo la sua firma.-
Mi giro di scatto e vedo un uomo sulla cinquantina seduto su una delle sedie che mi fissa sorridendo. Ma cosa hanno tutti da sorridere qui dentro?!
