Capitolo 12.

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Gli diedi una sonora sberla, che riecheggiò per tutto il giardino

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Gli diedi una sonora sberla, che riecheggiò per tutto il giardino.

Spalancai la bocca per la sorpresa, quando mi resi conto di quello che avevo fatto.

Sei la solita.

I suoi occhi sbatterono ripetutamente, la confusione scritta a chiare lettere sul suo viso.

Mi avvicinai a lui e gli coprii la guancia su cui spiccavano i segni delle mie dita. La accarezzai piano, con movimenti circolari del pollice. Si appoggiò, rilassandosi.

«Solo tu puoi schiaffeggiarmi e poi rassicurarmi con dolcezza» sussurrò lento, mentre chiuse gli occhi.

«È stata una reazione spontanea, scusa. Non me ne sono nemmeno resa conto.»

Sei una tale cretina.

Maledissi me stessa e il mio stupido istinto che si era mosso prima di rendermene conto, perché dovevo rovinare tutto? Solo io potevo rifiutare a quel modo un uomo da cui ero palesemente attratta. Se avessi potuto, mi sarei presa a sberle per la pessima figura che avevo fatto.

Ma che mi è preso?

Di sicuro, avevo perso l'occasione e probabilmente Ale si sarebbe allontanato per sempre, anche se, da come si fondevano i nostri respiri, non sembrava possibile.

A quella distanza era ancora più bello e notai le ciglia lunghe, la barba di poco incolta, il piccolo neo sulla guancia sinistra e quelle labbra, di cui ricordavo ancora la consistenza nonostante i pochi secondi che erano rimaste a contatto con le mie.

«Forse è tardi,» sussurrò.

«Per cosa?»

Scosse la testa, ma non interruppe il contatto tra di noi e finii per appoggiargli la fronte al mento.

Sospirò. «Non migliori la situazione, se fai così.»

No, di sicuro no, ma iniziava a essere difficile staccarmi da lui. Il suo calore era piacevole, la sua sola presenza era un incentivo ad avvicinarmi e non ero mai stata tanto in pace con qualcuno come con lui in quel momento.

Mi piaceva la consistenza della sua pelle sotto le mie dita, il leggero strato di barba che mi pizzicava, il suo respiro tra i capelli, ma sembrava troppo poco.

Ne volevo di più, ancora, così scivolai nella sua direzione e gli strinsi il bacino con le gambe. La mia mano scese dalla sua guancia fino a incastrarsi tra i capelli.

Riuscii a stento a trattenere un gemito, quando le sue dita callose mi accarezzarono le gambe, dal ginocchio fin su, lungo la coscia. I polpastrelli presero a disegnare sulla mia pelle, lenti, delicati, tentatori.

Non c'era niente di erotico in quello che stavamo facendo, ma qualcosa ribolliva sotto la superficie, accendendomi dall'interno. Percepii chiaramente il seno indurirsi e i capezzoli farsi turgidi.

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