Capitolo 26.

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Messaggi.

Chiamate.

Matt provò a scalfire la mia corazza in ogni modo, ma non ci riuscì, tanto che sabato non mi presentai nemmeno al pranzo dai nonni.

Aveva esagerato e non sarebbero bastate delle scuse, o delle promesse che poi sarebbero cadute nel vuoto. Volevo dei fatti concreti.

Non era solo la sua gelosia ad avermi dato fastidio, ma anche che mettesse in dubbio la mia capacità di giudizio, come se, quando avevo un uomo attorno, non riuscivo a ragionare. Mi aveva fatto passare come una povera ingenua che si lascia fregare dal primo che passa, come se fossi stata l'unica ad aver creduto a Mark e alla bella maschera che si era dipinto addosso.

C'erano cascati tutti nella sua farsa: nei modi da principe azzurro e da perfetto gentiluomo; nei grandi discorsi conditi di belle parole; nel sorriso accomodante di chi vuole compiacerti; nella voce suadente.

Non ero stata l'unica a cadere nel suo tranello, ma era facile farmi passare per la stupida ingenuotta che ci aveva creduto davvero.

Ma non era più così, perché Ale non si era mai nascosto dietro a falsi sorrisi e frasi fatte, era stato reale, mostrando le sue vere emozioni anche quando forse avrebbe potuto nascondersi. Non aveva celato il suo passato dietro del falso buonismo, parole di circostanza o scuse. Si era lasciato conoscere per la persona che era e mi aveva dato modo di scegliere: prendere o lasciare.

Avrei voluto che Matt capisse che non era Ale il problema, ma che chiunque poteva rivelarsi falso come una moneta da un dollaro, anche se lui pensava che fosse il miglior uomo sulla faccia della terra.

In fin dei conti, Mark aveva fregato anche lui, no?

Speravo che il mio silenzio sarebbe stato per lui spunto di riflessione.

Ale, in quei giorni di stallo, fu una costante e un sostegno non indifferente. Mi fece percepire la sua presenza in maniera continua e dolce, anche quando gli scrissi che mi era arrivato il ciclo e stavo una pezza da piedi.

I crampi alla pancia non mi diedero tregua, tanto che fui costretta ad annullare la cena con lui, con la promessa che l'avremmo fatta subito dopo la Miami Valley.

La mia serata avrebbe dovuto essere all'insegna di chiacchiere e buon cibo, accompagnata dall'uomo che ormai si era preso ogni mio pensiero, ma invece ero finita sul divano, con una borsa dell'acqua calda premuta sulla pancia e un libro tra le mani.

Bussarono alla porta e sperai vivamente non fosse Matt, perché altrimenti avrei riversato su di lui tutta la frustrazione della mia condizione.

«Ale!» gli saltai al collo senza alcun preavviso, facendolo vacillare sulle gambe.

«Ehi, quanto entusiasmo» mi lasciò un bacio tra i capelli, mentre varcava la soglia e si chiudeva la porta alle spalle.

«Non mi aspettavo venissi.»

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