(COMPLETA)
«Sei il mio calmante naturale, Pear.»
Per Eleonore trovare un uomo che la catturi pare un'utopia, nessuno le piace davvero e con tutti prova solo apatia. L'attrazione fisica, quella che tutti i suoi amici hanno sempre provato, è qualcosa...
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Se possibile, dopo averla vista baciare un altro, stetti peggio.
Forse perché mi sentivo di non aver avuto valore. In poco tempo era andata avanti, aveva girato l'angolo e io ero rimasto indietro ad aspettarla. Non riuscivo ad accantonare quei mesi passati insieme e l'idea di uscire con un'altra mi faceva venire la nausea.
Forse perché per me lei aveva avuto un valore talmente inestimabile, che avrei fatto fatica a cancellarla dalla mia esistenza. Era indelebile, difficile da lavare via e non volevo nemmeno farlo, ma, a quanto pareva, per lei ero stato meno di niente.
Mi aveva riempito di belle parole, ma contavano di più i fatti e il mio nome era stato cancellato come se fosse scritto a matita sul suo cuore.
E rendermene conto mi faceva stare da schifo.
Forse mi ero sempre sbagliato a pensare lei fosse diversa. L'avevo idealizzata, costruendole un piedistallo su cui poi l'avevo fatta sedere.
Un coglione.
Ecco cos'ero.
Ero l'ombra di me stesso, non mi riconoscevo più e lo percepivo lo sguardo di pietà che mi rivolgevano tutte le persone che mi circondavano. Nascondevo il mio reale stato d'animo dietro un sorriso, ma sapevo non fosse abbastanza.
Al lavoro nessuno si era permesso di fare domande, tranne Pat, che un giorno mi aveva trovato a fissare una nostra foto insieme e mi aveva detto senza mezzi termini, che fossi stato un cretino a lasciarla andare senza lottare. Forse era vero, non l'avevo fatto abbastanza, ma come potevo insistere, quando lei sembrava essere sorda a qualsiasi mia parola? Era inutile insistere con qualcuno che palesemente non mi stava nemmeno ascoltando.
Nell'officina i ragazzi parlottavano tra di loro, canticchiando qualche canzone che veniva trasmessa dalle casse. Una volta ero il primo a mettermi nella mischia e a rendere l'atmosfera rilassata, ma nell'ultimo periodo avevo smesso di farlo. L'unico suono che per me esisteva era quello del bullone che girava attorno alla vite. Mi concentravo su quello, perché altrimenti la mia testa avrebbe percorso altri lidi e sarebbe stata la fine.
Ero nascosto sotto il telaio della macchina e speravo che sarei stato risucchiato.
«Ciao, scusami se ti disturbo.»
Andai a sbattere contro qualcosa di decisamente duro e fece un male del diavolo.
«Cazzo,» borbottai, mentre mi portavo una mano alla fronte.
Ero messo talmente male che finivo per immaginarmi anche la sua voce.
«Scusa, non volevo spaventarti!»
Eppure, sembrava così reale da non poter essere solo una fantasia.
Scivolai fuori dalla macchina e il mio sguardo si incastrò subito al suo, perché era a poca distanza da me, accucciata sulle ginocchia per controllare che stessi bene, il viso corrucciato dalla preoccupazione.