(COMPLETA)
«Sei il mio calmante naturale, Pear.»
Per Eleonore trovare un uomo che la catturi pare un'utopia, nessuno le piace davvero e con tutti prova solo apatia. L'attrazione fisica, quella che tutti i suoi amici hanno sempre provato, è qualcosa...
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Avevo rimandato quel momento con una scusa svariate volte, ma non potevo più farlo ancora.
Non era giusto per tutti i mesi che avevamo passato insieme e mi era stata accanto.
Ero scomparsa così, senza una spiegazione e sapevo che ci stesse soffrendo, anche se Ale aveva minimizzato la situazione.
E poi avevo promesso prima di sapere come stavano davvero le cose.
In quel momento, avrei voluto avere la lungimiranza per non accettare, perché avevo paura di entrare in casa e scorgere i segni del passaggio di Cady.
Non avrei retto.
Per andare lì mi ero costretta a rimettere insieme i pezzi di me che si erano spezzati, ma solo quelli in superfice. Volevo sembrare normale, per niente scalfita dalle ultime novità.
Presi un profondo respiro, prima di scendere dalla macchina e recuperare l'ovetto con cui trasportavo la bambina.
Mi guardai attorno: il cortile era sempre lo stesso, la macchina di Ale parcheggiata come al solito.
Sembrava non esserci niente di diverso, per il momento.
Bussai alla porta, mentre nella mia testa mi ripetevo che andava tutto bene, anche se non era vero.
Strinsi la maniglia dell'ovetto fino a far diventare le nocche bianche, perché Ale ci mise un po' ad arrivare alla porta.
Ebbi quasi paura che mi sarei trovata davanti il sorriso contagioso di Cady, ma per fortuna furono gli occhi del moro quelli con cui mi scontrai e forse fu pure peggio.
Nel mio corpo e nella mia testa regnava la pace assoluta, non c'era più tutto quel marasma da gestire e mi era impossibile fraintendere ciò che provavo: il vuoto nello stomaco che minacciava d'inghiottirmi; la voglia di sporgermi e baciarlo; lo sfrigolare della pelle dalla voglia di entrare in contatto con la sua.
Era sempre stato lì, tutto alla luce del sole, ma la mia razionalità mi aveva portato a credere che fossero gli ormoni a parlare, la gravidanza a spingermi nella sua direzione.
Stupida.
Ale mi faceva ancora lo stesso effetto di quando l'avevo incontrato, se non accentuato, perché sapevo come fosse stare tra le sue braccia, baciarlo, toccarlo, amarlo.
«Pronta?»
Feci un cenno con la testa, perché non fui tanto sicura che la mia voce avrebbe retto.
Sky scodinzolò contenta venendo nella mia direzione, mentre uggiolava, poi il suo tartufo vibrò e si bloccò, spostando lo sguardo sull'ovetto che tenevo in mano.
«Ciao, volevamo che conoscessi qualcuno.»
Appoggiai l'oggetto sul pavimento e lasciai che Sky annusasse l'aria con fermento fino ad arrivare alla bambina. Ale e io restammo lì accanto pronti a intervenire in caso fosse diventata troppo irruenta, anche se sapevamo che non avrebbe mai fatto nulla che potesse ferire la bambina.