Seconda Parte - Capitolo 15

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Il macigno che avevo sul petto se n'era andato nel sentire di nuovo quel cuoricino battere.

Erano state delle ore difficili, non solo per la preoccupazione, ma anche perché vedere Ele così sofferente era stato un pugno nello stomaco. Mi ero sentito inutile, la sola cosa che potei fare fu starle accanto e abbracciarla.

La ginecologa aveva costretto Ele a riposo per due settimane, la perdita di sangue era dovuta a un piccolo distaccamento della placenta e gli andava dato il tempo di rimarginare. Avrebbe potuto continuare a svolgere le sue consuete attività, ma aveva ritenuto opportuno che evitasse qualsiasi sforzo, o stress, in modo tale da favorire la guarigione. Doveva solo pensare a sé stessa e alla bambina. Nulla di più.

Ele non protestò nemmeno per un secondo, annuì senza nemmeno spiccicare parola, perché era chiaro che la paura di perderla superasse di gran lunga la sua voglia di protestare.

Le prime a presentarsi in ospedale furono la mamma e la nonna di Ele, il viso preoccupato e l'espressione apprensiva tipica delle mamme e io mi dileguai, permettendo loro di passare del tempo insieme. Chiamai Pat, chiedendogli di gestire l'officina per quel giorno e lui si era dimostrato così solidale da voler restare aggiornato. Fu un atteggiamento che apprezzai, ma che non mi stupì, perché per lui ero praticamente come un nipote.

«Complimenti per il sangue freddo.»

La voce della ginecologa mi fece sussultare. «Ne ho avuto meno di quanto si possa pensare.»

Il panico che mi aveva attraversato lo stomaco, quando l'avevo trovata in bagno, rannicchiata a terra in posizione fetale con i pantaloni sporchi di sangue, lo ricordavo solo io.

Avevo pensato alle peggio situazioni e nessuna avrebbe avuto un risvolto felice.

Lei mi sorrise con un luccichio nello sguardo quasi materno. «Devi amarla davvero tanto.»

E se ne andò senza aggiungere altro.

Mi irrigidii a quelle parole, io non la amavo. Ci tenevo ancora, avrei voluto avere un'altra possibilità, ma non la amavo.

«Sei messo male, amico» la voce di Luke mi spaventò.

«Quando sei arrivato?»

«Qualche minuto fa, sono passato in camera, ma ho iniziato a sentire parole e dettagli che erano un po' troppo per la mia sanità mentale» si sedette accanto a me.

Risi. «Perché sarei messo male?»

«Perché pure un'estranea, che ti avrà visto tre volte, si è resa conto che sei innamorato di lei, pensa quanto puoi essere patetico.»

Piegai la testa di lato. «Grazie, incoraggiante come sempre» e per tutta risposta mi rivolse un sorriso.

«Sono contento che stiano entrambe bene» mi appoggiò una mano sulla gamba e la strinse.

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