Capitolo 16.

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Una sera

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Una sera.

Era bastata quella per mandarmi in tilt.

Era stato sufficiente assaggiare il sapore delle sue labbra per volerne ancora.

Non ero mai stata dipendente da qualcosa, ma ero quasi sicura che fosse quello l'effetto che dava.

Mi erano bastate poche ore per ritrovarmi assuefatta da Ale e la sua presenza.


Ale: Non riesco a smettere di pensare a te. Voglio che tu lo sappia prima che pensi di non piacermi e sia stato tutto un sogno. È reale.


Avevo riso e apprezzato quel messaggio, perché era semplice, ma d'effetto. Mi ci era voluta una grossa dose di autocontrollo per non chiamarlo e pregarlo di vederci. Ore intere passate a lanciare occhiate al telefono spento sulla mia scrivania, con il costante pensiero di scrivergli. Era stato difficile, quasi impossibile, ma il lavoro mi distrasse abbastanza da non farlo.

Una volta tornata a casa, però, iniziò il dramma vero e fui costretta a fare la sola cosa che riusciva a distrarmi: correre.

Mi lasciai avvolgere dalla voce di Dan Reynolds degli Imagine Dragons e ripresi la facoltà dei miei pensieri, che persi di nuovo quando vidi chi mi aspettava davanti a casa.

«Ehi, ciao» il sorriso di Ale fu contagioso, tanto che cominciai a farlo anch'io di rimando.

Quello stupido del mio cuore cominciò a battere ancora più forte, anzi, forse rischiavo di avere un infarto, visto che non si era ancora ripreso dalla corsa.

«Ciao, che ci fai qui?»

«Avevo voglia di vederti» fece spallucce.

Lo invidiai.

Avevo passato tutto il giorno ad autocensurarmi, perché non volevo passare per patetica o appiccicosa, dato che ci eravamo baciati solo la sera prima, invece, lui sembrava non farsi certi problemi. Non gli importava di quello che avrei potuto pensare, faceva ciò che gli andava e basta, senza troppe paranoie.

Non c'ero abituata, in un mondo pieno di tattiche e regole non scritte degli appuntamenti, Ale viaggiava su una lunghezza d'onda diversa e mi trascinava perché anch'io vibrassi allo stesso ritmo.

«Aspetti da tanto?» tornai a camminare, avvicinandomi a lui.

«Cinque minuti, ho provato a chiamarti, ma mi dava la segreteria telefonica e ammetto di essermi un po' preoccupato.»

Allungai una mano per accarezzargli il braccio. «Scusa, sono così abituata a fare quello che voglio senza dirlo a nessuno da non averci pensato.»

«Ferma, sei sempre libera di fare quello che vuoi, non sono nessuno per impedirtelo. Solo se me l'avessi detto, sarei stato più tranquillo e non avrei pensato che ti fosse successo qualcosa.»

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