Three.

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-"Aspetta!" Esclamò il moro. "Prima devo chiederti un'altra cosa."
-"Vuoi dei biscotti o un caffè?"
Benjamin scosse la testa.
-"No, non devo ordinare niente oltre la cioccolata." Rispose. "Per caso sai se ci sono appartamenti in affitto in zona?"
-"Sì." Annuì Federico. "Nel palazzo dove abito io c'è un appartamento libero."
-"E credi che potrei affittarlo?"
-"Se non sei un serial killer e non ti dà fastidio il continuo miagolio." Iniziò a parlare Federico. "Non vedo perché non potresti farlo." Disse e scrollò le spalle. "Il proprietario è un uomo molto gentile, se sei davvero interessato potrete trovare un accordo." Concluse.
-"Perfetto." Rispose Benjamin e sorrise. "Potresti darmi l'indirizzo e spiegare come arrivare?" Gli chiese.
-"Se vuoi posso accompagnarti io." Replicò il biondo. "Ovviamente alla fine del turno."
Benjamin ci pensò su qualche momento prima di annuire.
-"Sì, per me va bene, ho delle commissioni da fare." Disse. "A che ora finisci il turno?"
-"Alle cinque."
-"Quindi alle cinque ci vediamo qui fuori?"
-"Alle cinque ci vediamo qui fuori, Benjamin col cognome che mi dirai la prossima volta." Rispose sorridente Federico prima di allontanarsi, diretto verso un altro tavolo che reclamava la sua presenza.

Benjamin camminava con il sorriso stampato sul volto tra le strade di Ottawa, osservava curioso ogni dettaglio della bella capitale e attendeva con ansia il momento in cui avrebbe racchiuso tutta quella bellezza in un quadro, in un suo quadro.
Il moro, ventitreenne, aveva deciso di trasferirsi nella capitale quando Toronto era iniziata a stargli stretta, quando quel posto aveva smesso di dargli ispirazione e, invece, iniziava a renderlo nervoso e infelice. Sua madre gli aveva più volte parlato dei suoi viaggi fatti ad Ottawa e ne aveva sempre descritto la straordinaria bellezza, quindi Benjamin optò per la capitale e, una volta arrivato, capì di aver fatto la scelta giusta.
Il ragazzo si era trasferito da poco più di dieci giorni e non faceva altro che cercare una casa e non riusciva a credere che finalmente aveva trovato qualcosa. Quel ragazzo, Federico, lo incuriosiva molto, lo incuriosiva il suo modo di porsi con i clienti e anche il suo credere che il mondo ce l'avesse con lui. Senza alcun dubbio i suoi occhi lo avevano colpito dal primo momento ma il moro era certo, per via del suo intuito da pittore come lo definiva lui, però che quel ragazzo avesse molto di più che un bel faccino.

Alle cinque in punto Benjamin raggiunse l'ingresso del bar e si accomodò su un muretto in pietra grigia, trafugò nella tasca del suo giubbotto in pelle nera, visibilmente usato più e più volte, e mugolò soddisfatto quando riuscì a tirarne fuori un pacchetto di sigarette e un accendino rosso personalizzato con il suo nome scritto in bianco. Con gesti meccanici sfilò una sigaretta dal pacchetto, che dopo poco ripose nella tasca, e se la portò alle labbra per poi accenderla.
Il cielo alle sue spalle diventava sempre più buio, le calde luci del tramonto stavano lasciando spazio a quelle fredde della notte illuminata solo da poche stelle, il fumo della sigaretta si mescolava alla nebbia di quel pomeriggio, rendendo meno nitida la vista del moro per qualche momento.
-"Ehi!" Esclamò una voce che suonava vagamente familiare al moro che alzò lo sguardo.
Sotto i suoi occhi Federico si stava sistemando la grossa sciarpa grigia, mentre camminava diretto verso di lui con i capelli che andavano in ogni direzione senza che il ragazzo potesse evitarlo.
-"Ehi." Borbottò il moro mentre allontanava la sigaretta dalle labbra. "Non hai caldo con quella cosa?" Gli chiese e indicò la sua sciarpa.
-"E tu non hai freddo senza questa cosa?"
Il moro ridacchiò e scosse la testa.
-"Ho il sangue caldo io."
-"Credevo venissi da Toronto non dal Sudamerica." Replicò Federico e si passò una mano tra i capelli disordinati.
-"Più o meno è la stessa cosa." Rispose Benjamin e scrollò le spalle. Balzò giù dal muretto e gettò la sigaretta sul marciapiede cosparso di foglie, per poi spegnerla sotto il suo piede. "Allora andiamo?"
Federico annuì ma non si mosse.
-"Sì, andiamo." Replicò. "Prima però devo sapere due cose." Aggiunse.
-"Non mi drogo e non ho alcuna malattia contagiosa." Rispose il moro. "Non sono un pericolo per la società."
-"Non è questo che voglio sapere." Disse Federico. "È qualcosa di più importante."
-"Allora dimmi."
-"Voglio sapere qual è il tuo cognome e quanti anni hai." Rispose il biondo. "Altrimenti non metterai piede nella mia macchina."
Benjamin sghignazzò e incrociò le braccia al petto.
-"È davvero così tanto importante per te sapere queste cose?"
-"Almeno se dovessi mai denunciarti saprò le informazioni essenziali."
-"E se io ti mentissi?"
-"Confido nella tua bontà."
Benjamin scosse la testa e sorrise divertito.
-"Il mio cognome è Mascolo, il mio nome è Benjamin Brian Mascolo." Disse. "E ho ventitré anni." Aggiunse. "Ora sei felice?"
-"Io invece ne ho ventidue!" Esclamò Federico e si sistemò, ancora una volta, la sciarpa. "Ora possiamo andare." Aggiunse e voltò le spalle al moro per dirigersi verso la sua auto.

Dopo pochi passi i due ragazzi raggiunsero l'autovettura del biondo, un Audi a1 bianca che sembrava sciare sotto la luce del lampione posto accanto.
-"Bella macchina." Si complimentò il maggiore e chiuse la cerniera del suo giubbotto. "I miei complimenti."
-"Grazie." Rispose Federico e aprì la portiera della sua auto. "Tu hai una macchina?"
Il moro rise e aprì anche lui la portiera, per poi salire all'interno della macchina.
-"Io non ho neppure la patente." Disse e si mise comodo sul sedile.
Il più piccolo chiuse la portiera e batté più volte le palpebre.
-"Dici sul serio?" Gli chiese incredulo. "E perché?"
-"Perché nessuno è tanto folle da darmi la patente." Rispose Benjamin. "Considerato quanto complicato è il mio rapporto con i motori."
-"Io invece amo le macchine e le motociclette."
-"Hai anche una motocicletta?"
-"No."
-"E allora come puoi amarle senza averne una?"
Federico abbozzò un sorriso e mise in moto.
-"La maggior parte delle volte amiamo cose che neppure abbiamo." Disse. "Pur sapendo che forse non le avremo mai." Aggiunse. "Non credi che sarebbe troppo facile amare qualcosa che abbiamo e che possiamo modellare a nostro piacimento?"
Il moro scrollò le spalle e si leccò il labbro inferiore.
-"Se le amiamo così tanto ma non riusciamo ugualmente ad ottenerle forse è perché non ci proviamo abbastanza." Rispose. "E forse non le amiamo neanche abbastanza."
-"Delle volte amare significa anche lasciare che siano gli altri ad avere ciò che amiamo perché sappiamo che staranno meglio." Replicò il più piccolo mentre stava attento alla strada. "Delle volte amare significa anche lasciar perdere."
-"I codardi lasciano perdere, Federico." Disse Benjamin. "Non gli innamorati."

Hot Chocolate || Fenji.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora