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"Sai mostriciattolo...quando sento Fanny cantare, sento di poter fare tutto. Sento che la speranza c'è ancora.
Che non è morta. E potrei toccare il cielo con un dito.
Quando vedo Fanny, so di poter vincere la mia battaglia.
La fenice e il suo canto sono la mia speranza.
E niente e nessuno mi può fermare.
Perché so che la fenice è lì in cielo, sopra di me.
E veglia."

 



Cosa distingue un grande mago da uno ordinario?
La gloria? Il potere? La fama?
Si, forse.
Ma non solo.
Tom Marvolo Riddle si era fatto un'idea diversa e sempre più volubile nei suoi più di ottant'anni di vita ormai.
Certo, il suo nome era segno di paura, orrore, sdegno, rispetto, brama.
Lui aveva messo un fermo alla Morte, l'aveva sconfitta, annullata.
Però...non era l'unico mago al mondo ad aver riso in faccia alla Signora con la Falce.
Già. Cos'avrebbe potuto rallegrarlo, renderlo fiero se non un degno avversario?
In quegli anni era cambiato.
Se un tempo non aveva desiderato altro che annientare un ragazzino che l'aveva sconfitto appena nato, che gli aveva portato via il suo onore, i suoi fedeli servi, la sua dignità...bhè, ora era tutta un'altra cosa.
Harry Potter.
Il bambino sopravvissuto.
Lord Voldemort non avrebbe potuto desiderare un avversario migliore.
Era lui il suo segno complementare.
Il suo negativo.
Harry Potter.
Voldemort inspirò a fondo quella notte buia, alzandosi a fatica dal letto a baldacchino enorme che ingombrava la sua stanza da letto, rialzata su un ripiano di sette gradini in marmo. Infilò una vestaglia sul torace nudo, su cui spiccava una cicatrice a livello del cuore. Il punto in cui Harry, da ragazzino, l'aveva colpito a morte, prima di spingerlo nel Velo.
Riuscì a raggiungere il balcone, col respiro affannato ma con un ghigno di soddisfazione sulle labbra.
Tre mesi dalla sua rinascita ed era ormai tornato in pieno possesso delle sue facoltà.
Ancora qualche settimana e il suo corpo sarebbe tornato quello di un tempo, se non migliore.
Il possente balcone era avvolto nella nebbia ma Voldemort riuscì a vedere ugualmente ciò che gl'interessava.
Davanti a lui, una distesa di rovine.
Un labirinto di rovine che non avevano fine, stagliandosi ben oltre l'orizzonte, fin dove il firmamento iniziava.
Il cielo era piombo. Da lì non avrebbe saputo dire se fosse giorno o notte.
Perché in quella dimensione non c'era né giorno né notte.
Tutto era in una perenne eclissi.
Poche luci fuori da Dark Hell Manor.
La sua casa. La sua dimora. Il suo castello.
Il castello che gli aveva fatto in dono Lucilla, appena sedicenne.
Con occhi indolenti seguì le linee possenti della costruzione, quasi decadente.
L'esterno in effetti si era deteriorato negli anni, senza la presenza della sua padrona.
Ma l'interno era rimasto intatto.
Gli occhi blu di Riddle si accesero di tiepido interesse vedendo volare sul dedalo di rovine, verso la sua finestra, lo sparviero di Vanessa e Rafeus.
L'uccello emise un verso orgoglioso, posandosi davanti a lui con grazia e riverenza.
Voldemort sorrise, carezzandogli l'ala con due dita.
- Ben fatto.- sibilò, con la sua voce dannatamente raggelante.
Staccò subito la risposta alla sua lettera nera dalla zampa del volatile, scartando la busta impaziente.
Poche righe.

"Come mi occupo di Tom non deve riguardarti. Quel fantoccio ha preso me, non lui.
E non sei neanche mio padre per farmi la paternale sulla mia sventatezza.
Se hai del tempo da perdere con queste sciocchezze significa che ti stai annoiando quanto me.
Tieniti pronto. Questa volta sulla soglia potrei apparire io.
E tu sai chi vince di solito, Tom, quando siamo uno di fronte all'altro.

H.J.P."

Voldemort scosse il capo.
- Bambino insolente.-
Suo figlio aveva rischiato di essere ucciso dall'Anatema Senza Perdono e Harry osava scherzarci sopra.
Tornò dentro, chiudendosi la finestra alle spalle con un debole cenno della mano.
Si fermò di fronte alla sua grande scrivania di ciliegio, su cui erano aperti numerosi libri di pelle nera, finemente rilegati ma dall'aria logora, quasi esausta per il troppo studio.
Oltre a quei tomi c'era anche un alto leggio, davanti al quale Voldemort si fermò.
Era un libro veramente strazzonato. Non aveva copertina e la rilegatura era totalmente devastata dall'attacco del tempo.
Non poteva neanche considerarsi un libro forse: la scrittura era sicuramente greco antico.
Le Memorie di Alessandro il Grande.
In quella pagina ingiallita e su cui c'erano delle macchie di sangue ormai sbiadite, uno schizzo saltava all'occhio sulla scrittura irregolare e minuscola del grande Re Alessandro.
Un guanto. Un guanto di metallo, dalla forma grifagna e con le falangi appuntite.
Il Primordiale Guanto di Minegon.
"Trovato qualcosa, mio signore?"
Nagini strisciò per tutta la grande stanza da letto, arrivando ad arrotolarsi sulla poltrona della scrivania.
"Per il momento nozioni di pubblico dominio." rispose Voldemort pacatamente, in Serpentese "Dove sei stata?"
"Ho controllato padrone."
"Cos'hai scoperto?"
"L'uomo col mantello bianco...con la maschera che piange...so perché non riusciamo a trovarlo."
Voldemort si staccò dalla pagina del Guanto, osservando finalmente la sua serva con interesse.
- Spiegati.-
Nagini emise un sibilo seccato.
"Come noi è introvabile. Si è nascosto bene."
"E' sotto terra? In questa dimensione?"
"No, mio signore." il serpente enorme mosse appena la testa squamosa "E' in cielo."
Voldemort non mosse un muscolo del viso. Indifferente alla cosa, si appoggiò coi fianchi alla scrivania.
"Sii più chiara."
"Padrone..." la serpe saettò la lingua biforcuta "Una nave che vola. I gufi la chiamano l'Arca."
- L'Arca.-
Voldemort corrucciò appena la fronte questa volta, dirigendosi repentino all'immensa biblioteca che risaliva lungo tutte le pareti della camera, senza lasciare libero un solo spazio se non per la scrivania e il letto.
L'immortale mago del male si accostò agli scaffali accanto alla porta d'ingresso, sigillata, e in pieno silenzio cercò a lungo. Seguiva col dito copertine e titoli, in oro e argento, libri proibiti, libri dannati, libri con occhi per maledire.
Non li temeva. Perché erano loro a piegarsi a lui.
Alla fine però prese un libro molto improbabile, lontano da quelli che lui più amava.
Lo aprì sotto gli occhi di Nagini che dondolò la testa evidentemente colpita.
"Padrone...cosa cercate nei Vangeli?"
"La conoscenza si può trovare anche negli angoli più impensati mia cara."
Voldemort in seguito ghignò a lungo.
Ma non era tranquillo, inutile negarlo.
L'Arca. Nei Vangeli e nella Bibbia, erano due i nomi ricollegabili a quello datole da Nagini.
L'Arca dell'Alleanza, in cui Mosè aveva rinchiuso le tavole con le leggi di Dio.
E l'Arca di Noè, del Diluvio Universale. Su cui solo i più degni sarebbero potuti salire.
Solo i prescelti.
E la seconda visione era quella che più poteva avvicinarsi a ciò che quel maledetto uomo in bianco con la maschera sul viso stava cercando di ottenere, usando il nome del Lord Oscuro e dei Mangiamorte per scatenare il terrore.
Purificazione.
Era questo il significato intrinseco dell'Arca, del Diluvio Universale.
E se volevano uccidere suo figlio, allora quel nemico poteva essere un uomo solo.
Un uomo che in passato Voldemort aveva già conosciuto.
Tom era seriamente in pericolo.
E Harry non lo sapeva.

I Figli Della Speranza  |Dramione|Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora