Egon
Sua madre stava cucinando il suo dolce preferito, quello alla cannella, Egon ne sentì l'odore fin dalla piccola arena per gli allenamenti sul retro della loro casa.
Era appena rientrato, stava ancora dando la mano a Leyran quando vide Atlas corrergli incontro per convincerlo a esercitarsi con le spade.
Ma Egon era stanco. Leyran aveva suonato fino a farlo stremare, tanto che era inciampato nell'erba, sotto l'albero di fiori d'arancio, e adesso aveva ancora qualche fiore nei capelli.
L'odore di cannella si mescolò a quello dei fiori e gli diede alla testa.
Allora, la vide. La ragazza con i capelli rossi che spiava dagli alberi della foresta.
"Zora!", sentì chiamare.
Non era possibile. Lei era una donna. Lui un bambino. Ed era abbastanza sicuro di non averla mai vista prima.
"Zora!", sentì di nuovo.
E ancora. Ancora. Più vicino. Più forte.
Egon aprì gli occhi di scatto.
Cinque dita affusolate giacevano immobili nei suoi capelli, un braccio penzolava sul suo addome. Ruotò il viso e si rese conto che Zora si era addormentata.
Proprio come lui.
Come cazzo era possibile?
Non solo aveva dormito, ma aveva anche fatto un bel sogno.
Da quanto tempo non gli succedeva?!
Da prima di lasciare Valdris, senza dubbio.
«Zora!»
Egon sussultò.
La voce non era un sogno. No.
Era una voce maschile, chiara, forte e vicina.
«Zora! Dove sei?»
Orestes.
Egon si alzò di scatto dalle gambe della ragazza, facendo attenzione a non farle male. Lei si destò all'improvviso, stonata e confusa.
«Orestes!» urlò mettendosi in piedi.
Accese un fuoco sulle dita. «Orestes! Siamo qui sotto!»
Il rumore di passi, due andamenti diversi, suggerì che Orestes non fosse solo.
Egon aumentò l'intensità del suo fuoco e illuminò il buco sul soffitto, o meglio, nel pavimento della stanza, dal quale si affacciarono i visi preoccupati di Orestes e Clove.
«Non avvicinatevi alle assi di legno!» li avvertì «Sono cedevoli!»
L'uomo annuì. «State bene?»
Egon lanciò un'occhiata a Zora che se ne stava seduta e in silenzio, ma almeno era tutta intera. «Sì» urlò di rimando.
Orestes e Clove sparirono dalla visuale, ma Egon li sentì comunque confabulare.
«Tu resta qui,» fece Orestes a Clove «io corro a prendere la fune della barca.»
Egon si concentrò su Zora. «Come ti senti?» si accovacciò accanto a lei piegandosi sulle ginocchia.
Lei scosse la testa. «Ci hanno trovati? Perché sono qui?»
«Non lo so, fiorellino» lei aveva il viso bianco come un lenzuolo.
Egon le afferrò il mento e lo ruotò alla luce del suo fuoco per assicurarsi che Zora prendesse calore e che le sue labbra screpolate tornassero rosse e vive.
Le passò un dito sul labbro inferiore. «Clove?!» chiamò a gran voce.
La ragazza spuntò dalla voragine. «Sì?!»
«Hai dell'acqua con te?» Zora era disidratata e affamata.
Quanto tempo avevano dormito?
«No, mi dispiace... Resistete un altro po'.»
Merda.
Zora gli afferrò il polso per scostare la sua mano dal viso. Lo guardò accigliata, come a chiedergli: "Che ti passa per la testa?".
Egon scrollò le spalle. «Riesci a metterti in piedi?»
Lei annuì. «Ci provo.»
Lui si rialzò per primo e le tese la mano, e nonostante la sua testardaggine Zora la accettò.
«Per gli dei...» sibilò stendendo le gambe.
Le ginocchia le cedettero ed Egon fece giusto in tempo a sorreggerla prima che inciampasse.
«Ce la faccio» protestò lei, senza però lasciarlo.
Egon curvò le labbra. «Quando torna Orestes devi issarti sulla corda.»
Zora fece scattare gli occhi vispi nei suoi. «No! Non ti lascio qua sotto da solo. Vai prima tu.»
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Ignis - Elementali Vol.2
Fantasía[COMPLETA] Sono passati due anni dalla liberazione di Valdris, due anni da quando Egon Merrior veste i panni del Lord del Palazzo del Fuoco. Ma i giorni festivi e tranquilli finiscono nel momento in cui riceve una comunicazione reale da Atlas: una n...
