8. Non ti aspettavo

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Cosa ne sai tu
di quelle cose
che non siamo
mai riusciti
a dirci
-Capitano Angelo Magnano

Erano circa le tre del mattino passate.
Avevo avuto una specie di crollo emotivo per quanto riguardava il lavoro.
Avevo cercato su Internet con disperazione, contattato vecchi amici di una vita, avuto qualche colloquio concluso con quel "le faremo sapere" che mi aveva scacciato ogni speranza.

Mi strofinai le dita delle mani sugli occhi, serrando malamente il computer.
Mi diressi verso la cameretta di Fred, per dare un occhiata.
La porta era socchiusa, solitamente bussavo ma sapevo che di notte non mi avrebbe risposto.
Il suo sonno pesante era sempre stato un bene che gli ho sempre invidiato, per questo non mi facevo problemi ad entrare.
La privacy gliela lasciavo il più possibile, per non rendermi troppo pressante.

Notai che si fosse posizionato in maniera al quanto buffa. Non capivo come il suo cervello potesse inviargli certi messaggi, come riuscisse a farlo muovere in una posizione diversa e stravagante ogni notte.
Il mio massimo di fantasia è stato disegnare dei bambini giocare a calcio in cielo e la luna sopra il prato quando andavo all'asilo.

Guardavo fissa le pareti che toccava con i piedi, le braccia che ogni tanto alzava al soffitto, il busto che rimaneva obliquo al letto.
Notai la pelle d'oca che aveva, così da chiudere la finestra che era rimasta aperta.
Gli rimboccai le coperte lentamente, nonostante sapessi che non si sarebbe svegliato con tanta facilità.
A quel gesto si mosse, portando al petto il mio braccio.
Con l'altro restante, gli accarezzai i capelli e gli lasciai il mio quotidiano bacio sulla fronte.
Con cautela, spostai quel che lui teneva stretto e spensi anche la flebile lampada da notte sul comodino.

Uscii da lì per raggiungere il salotto.
Volevo dare una sistemata, era un vero casino ogni angolo di quella maledetta casa che tentavo con ogni aggancio di mantenere in piedi da sola, senza dipendere da nessuno.
I soldi erano fondamentali e la scuola non mi poteva offrire niente.
Avevo ancora un anno, ma non avevo più tempo per rimandare.
Avrei pregato per concludere quella tappa culturale che tanti davano per scontato, avrei ammazzato per quella fortuna che non avevo mai tastato.

Bramavo quella beata indipendenza, anche se ne ero allo stesso tempo spaventata.
Non che non fossi già indipendente, solo che quella mi pareva un altro tipo di indipendenza.
Dovevo sentirmi realizzata, ma avevo bisogno che qualcuno mi raccogliesse e mi scrollasse qualche spina.

Non riuscivo a dormire.
Il lavoro non era il mio unico chiodo fisso.
Dovevo ancora metabolizzare il ritorno di quel coglione di Ash.

Quel giorno era soleggiato.
Corse verso di me, con il fiato in sospeso.

«Vado via».

Non feci niente per trattenerlo con me.

Non guardai la sua schiena uscire di scena.

Lui si voltò dopo di me.

Non si fece sentire.

Scomparso, volatizzato, inghiottito.

Il ricordo di lui mi persuadeva la testa, ma la tenevo impegnata con le solite mansioni.

Mi ero promessa di non cadere in quel guaio.

Sono sempre stata la calamita di me stessa, quella che attrae i casini.

Non ero pronta a dover sopravvivere a quella assenza, ma ero consapevole che ne sarei uscita.

Non avevo mai trovato un fondo a quanto era accaduto.

Molto incoerentemente, ero crollata.

Il mio castello di carta era stato abbattuto dal vento.

LA FIGLIA DEL CAOSDove le storie prendono vita. Scoprilo ora