67. Avrei dovuto chiudere la porta a chiave

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Con le gambe incrociate, cullata da qualche spiffero di luce proveniente da una vecchia candela profumata per metà consumata, osservavo la bottiglia di liquore che tenevo tra le mie mani.
Era giunta l'ora di lasciar comandare la parte del mio cervello che non prendeva mai il sopravvento, quella meno razionale, quella timorosa persino di farsi sentire perché arresa.

Bevendo tutto d'un sorso, presa dalla fretta di voler sentire ancora una volta quella vecchia sensazione, mi aveva resa impulsiva.

Mentre quel liquido percorreva il mio corpo, non riuscivo a fermarmi ad ingorgitare quel che alimentava la mia sete di continuare.
Ero fuori controllo, nel punto di non ritorno.

Con la testa che girava, con figure poco nitide, non distinguevo il palmo delle mie stesse mani.
Non mi chiesi cosa mi fosse successo perché non ero nelle condizioni di potermelo domandare.
Fondamentalmente, non credevo che mi sarebbe interessato.

Mi sentivo più viva, più libera, come se potessi addirittura volare.
Una ragazza con una maturità notevole, intrappolata anche lei dalla massa che l'aveva influenzata.

Non avevo rimorsi, mi sentivo euforica.
Ero all'apice dei miei desideri, talmente confusa da non distinguere, da non metabolizzare, fino a dove fossi arrivata, se effettivamente io avessi superato lo striscione che annunciava la vittoria.

Il bruciore aveva invaso la mia povera gola, qualche bottiglia non conteneva più gocce, ero circondata da un mio operato egoistico.

Il rumore della porta, che necessitava dell'olio apposito, non mi fece voltare.

«Hey, ti unisci a me?», risi nervosamente, centrando in pieno le iridi miele di Ash.
La voce era sbiascicata, barcollavo anche io, nonostante fossi seduta.
Mi piaceva l'idea che mi trovassi sulle montagne russe, così in alto da non temere neanche il mio fardello di persona che si trovava a pochi metri da me.

Mi squadrava, senza sapere cosa dire.

Mi lasciò spiazzata il suo modo di sedersi accanto a me, in maniera tranquilla.
Prese una delle tante bottiglie e lesse le indicazioni.
Una fossetta spuntò dal suo volto, ma la mia faccia al quanto confusa non mi fece distinguere il perché.

Vedevo i suoi lineamenti, ma mi apparivano non collegati tra di loro.
Con la risatina facile, ridevo per qualunque suo gesto.

«Sei buffo», dissi all'improvviso, storgendo il viso per guardarlo da una visuale meno noiosa che era quella normale.

Da: Jane ❤️
Quando mi hai scritto, non pensavo ti fossi ubriacata così dal nulla!
Stai bene?
Ci sei?
Richiamami!

27 chiamate perse da Jane ❤️

Avevo totalmente lasciato incostudito il mio cellulare, in un angolo ignoto che in quel momento non ricordavo.
Non provavo dolore, solo un dannato e forte mal di testa che alcun Oki sapeva estinguere.

La risata, però, non la perdevo.

«Perché non parli con me? Sono io, quella che dovrebbe avercela con te», gli dissi schietta, annoiata dal suo silenzio.

Il suo ignorarmi iniziava ad irritarmi, ma allo stesso tempo il mal di testa mi faceva impazzire.
Sciolsi i capelli lasciandoli lisci ma pieni di nodi e arruffati, dopo di che lo scrutai nuovamente.

«Sì può sapere perché non mi parli? Che cos'ho fatto?» strascicai qualche altra parola, con una tonalità di voce che non aveva niente di mio.

Mi strinsi nella giacca, iniziando a giocare con qualche mia ciocca e rimanendo nella mia.

«È il mio modo di punirmi, il non parlare con te», mi rivelò con una voce soffocata per aver represso questo aneddoto per anni.

«Che significa?».

Lui esitò, guardandomi di nuovo.

«Credi che per me sia facile starti lontano? Quando ho saputo che non avevi un posto decente dove stare, ho offerto questa casa per tuo fratello. Solo, per tuo fratello. Ma poi... poi ho capito che eri diventata parte di me. E per parte di me, intendo, quella buona. Anche se noi, di buono, non abbiamo niente. Mi sento come quello stupido cattivo ragazzo delle fan fiction, ridotto a parlare così alla sua amata, e nel mio caso sono un coglione. Sono un coglione perché lo sto facendo mentre tu sei fottutamente ubriaca».

Mi ero persa più della metà del discorso, concentrandomi sul suo gesticolare e sulle sue vene sporgenti che a me facevano schifo.

«Sono stato quel bambino che si metteva in mostra durante educazione fisica, che provava qualunque cazzata per farsi notare dal branco, da quelli giusti. Sono stato quel ragazzino che, quando parlava, diceva solo battutine che non facevano ridere nessuno ma che veniva usato per i suoi soldi. Quello che veniva chiamato per suonare il piano alle esibizioni, quello che prendeva in giro quelli "non degni". Quelli come te...», fece una pausa, coprendosi la bocca.

I suoi capelli avevano una forma scompigliata almeno quanto i miei, erano morbidi e profumati, riuscivo a sentirli da lontano.

«Lo sai che si deve bussare, quando si entra nella camera di una donna?».

Un sorrisetto sbucò dal nulla.
Un sospiro mi mandò fuori strada, a causa di quel mio coetaneo lunatico solo quando stava con me.

«Non è una giustificazione, ma... ti giuro che non capivo il male che ti avessi fatto mentre ti colpivo a parole. Ogni battutina, ogni presa in giro, ogni mio modo di essere complice ai bulli della nostra classe, non è un qualcosa di cui andare fiero. Vorrei tornare indietro, ma non si può. Vorrei dire di essere cambiato, ma non so se, per come sono fatto io, possa esserlo sul serio. Ridere era ciò che più ritenevo di bello, volevo contagiarti. Ma tu... tu avevi altro a cui pensare. Leggevi tanto, non so cosa, durante la ricreazione. E, per attirare la tua attenzione, non ci ho capito un cazzo. Ho fatto quello che nessuno deve permettersi di fare. Eri così taciturna, in disparte. Cercavi di fare parte di un gruppo, ma venivi respinta a causa di gente come me. Con gli anni, non me lo sono più perdonato. Perciò... sono diventato quello che eri tu in quel tempo. So che non posso rimediare, ma voglio provare a mettermi nei tuoi panni e non per essere un uomo migliore, ma per te. Solo per te. E ti ho odiata, Hayra. Forse ti odio ancora».

Risi, cercando di prendere una delle bottiglie nemmeno tanto distante, ma fallii.

«Non riesco ad affondarti. Non riuscirei, nemmeno se lo volessi. Non riuscirei ad affondare chi, davanti al peggio, è sopravvissuta. E ti odio, perché vorrei essere come te. Ti odio, perché non trovo nessun'altra con cui riempire questa forza che brucia in me. Alla fine, sono il solito vigliacco».

«Perché non me lo dici domani? Parli davvero troppo, menomale che eri silenzioso!», sbuffai, gonfiando le guance come se avessi avuto vent'anni in meno.

«Perché so che non ricorderai niente domani... e questa sarà la mia più grande tortura», concluse, mentre i suoi occhi persero quanto di più mi avevano catturata.

LA FIGLIA DEL CAOSLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora